Emilio Verziagi a Toppo di Travesio (Pordenone) – 9 agosto 2009

“ Credo davvero che nella scultura, di oggi come di sempre, l’elemento che entra in gioco con più insistenza sia quello della modulazione tangibile, tattile: creare un corpo, una struttura, una forma che abbracci e sia abbracciata dallo spazio e la cui natura sia intimamente legata al materiale usato…”

Gillo Dorfles

E’ l’ultima parte della citazione dal famoso critico che mi preme sottolineare, e per una volta, anziché come di prassi affrontare discorsi di contenuti o di stile, vorrei  iniziare l’esame dell’opera di Verziagi partendo dal rapporto tra l’artista e il materiale, in questo caso, quasi essenzialmente il legno, sia esso cirmolo, pero, noce, olivo, melo…

Emilio Verziagi, Donna con velo, 2002.
Emilio Verziagi, Donna con velo, 2002.

E’ bene ricordare innanzi tutto quali siano i limiti oggettivi e piuttosto gravi  che il legno pone alla creazione di un’opera: essi spiegano tra l’altro come nella storia dell’arte la scultura lignea sia stata spesso relegata all’ambito popolare o si sia ricoperta di gessi colorati, e pur avendo conosciuto periodi di splendore come nel barocco maturo, pensiamo al veneziano Brustolon, si è  riscattata dalle arti minori solo nel secolo scorso quando ha assunto a contenuto la materia stessa e le sue possibilità formali, facendo cadere la necessità di un rivestimento.

Il blocco ligneo, per lo più un tronco, ha dimensioni limitate che impongono aggiunte e incastri difficilmente occultabili, quando si vuole espandere nello spazio una struttura, inoltre le qualità intrinseche del legno possono costituire un limite alla creazione: esso presenta infatti piccole cavità corrispondenti ai vasi, nodi, venature, variazioni di colore che interferiscono nella rappresentazione. Il legno infine ha una struttura non omogenea, procede a fasci di fibre rivolte in un’unica direzione, per cui va lavorato in modo da annullare la differenza di strutture di piani nel senso della fibra e piani contro la fibra.

Questi impedimenti entrano tutti nell’arte di Verziagi non come tali, ma quasi per una sfida, o meglio  in una piena accoglienza del materiale e della sua natura: in questo modo i limiti si fanno occasione di idee, di creazione.

Verziagi infatti ha un rapporto col legno di rispetto amoroso, di conversazione, di fraternità reverenziale, forse originata dalle sue esperienze giovanili, ma ciò non ci preme, quello che è invece importante è che questi sentimenti sono alla base della creazione artistica.

Per inciso lo stesso rispetto per il materiale si avverte anche nelle terre,  dove il modellato, più mosso rispetto alla scultura lignea,  lascia vedere zone non lavorate, varchi,  solchi nei quali si indovina la grana della materia.

Lo scultore “va per  legni” sui greti dei fiumi, nelle segherie, sbircia nei giardini… a volte sono alberi caduti, altre volte  biforcazioni scartate dalle segherie,  altre ancora legni “vissuti” come parti d’oggetti, vedi le doghe delle botti. Esse sono tutte creature vive e  parlanti: l’artista  osserva  l’andamento della fibra, segna col dito le venature, occhieggia i nodi, entra con le dita nelle fessure, accarezza i corrugamenti e le pieghe… e attende fino a che  la figura si rivela, si suggerisce al suo pensiero in una ruga, in un movimento di ramo:  allora nasce l’idea,  si mostra l’immagine che il legno contiene già ed essa va rispettata, cavata fuori, d’altronde la scultura lignea è fatta di scavo, non si può aggiungere, bisogna solo tirare fuori. Da qui scaturisce la molteplicità di forme delle sculture di Verziagi, proprio dalla ricerca e dal rispetto per la materia  e la sfida è vinta: i busti o i corpi verticali sono delicatamente mossi, i fianchi a volte leggermente inclinati, e il gioco più intrigante, ma non l’unico,  sta nel far sì che i difetti, i corrugamenti, le differenze di colore, ma soprattutto le venature del legno disegnino le forme e partecipino alla struttura.  In queste sculture entra  quindi anche il colore, sia quello naturale, che di fiamma o di mordente, che con sapienza accentua l’andamento delle fibre così come in una architettura sottolineerebbe le strutture esaltandole.

Chiude il processo la levigatura: le opere di Verziagi sono tutte levigate o lucide, in quanto l’artista non ama la sbrecciatura della motosega o della sgorbia, le considera violenze ad un materiale vivo.

Sulle superfici morbide e piene quindi la luce scivola leggera increspandosi appena in qualche piega, raramente creando forti chiaroscuri. Le forme sono per lo più chiuse e predominano i pieni piuttosto che i vuoti. L’aria gira attorno, lo spazio abbraccia i corpi ma non li attraversa. Se vogliamo Verziagi si colloca quasi in una posizione controcorrente rispetto alle tendenze attuali che hanno spinto la produzione scultorea verso la bidimensione e verso  strutture molto aperte. L’artista sente in modo figurativo, ma non realistico in senso stretto:  le sue figure piuttosto  ridanno valore a idee se vogliamo in parte oggi “lasciate” e  si fanno simbolo.

Il tema che più appassiona l’autore è il corpo femminile, meglio la donna nella sua dimensione di portatrice di vita: la donna come madre e come futura madre. La suggestione principale viene dalla gestazione, dall’attesa di una vita che cresce nel grembo e  che  si fa calda protezione quando essa è nata.

Ecco allora che i busti , via la testa e le gambe, accentrano l’attenzione tra spalle e fianchi; le donne in attesa ( i loro  volti volutamente stilizzati e simmetrici, nasi diritti e piccoli, occhi semichiusi e assorti nella loro sostanza, quasi per non distrarre)  particolarmente lievi nella resa formale, si mostrano erette, in una posizione del corpo rilassata e serena come quella dell’anima; il braccio scende molle sui fianchi o cinge con una mano grande, a volte sproporzionata, il ventre come per proteggerlo: questo atteggiamento in una silouette dall’andamento verticale e allungato,  insieme allo sporgere dell’addome,  attira l’occhio e lo coinvolge nell’attesa.

La stessa mano e l’identico movimento del braccio protegge i bimbi nei gruppi delle maternità o la femminilità nelle figure sole: in questo caso tutta la scultura si fa gesto, si fa rotonda; il cerchio con la sua forma chiusa  conferisce all’insieme tranquillità, pace e trasporta in una dimensione meditativa e di ripiegamento interiore. Il gioco dei sentimenti è quindi tutto nel cerchio, nell’ abbraccio che trattiene, raccoglie e protegge, si chiude quasi in un bozzolo. Sembra che ci venga suggerito di non disturbare e di contemplare il mistero della vita.

Il tutto,  accarezzato non solo con le mani ma anche con i nostri occhi,  emana un sentire sereno, dichiara amore per la vita e soprattutto per la natura che genera la vita e che è ne è l’alimento e ci mette in una condizione di “ben essere” cioè di armonia con noi stessi, con gli altri e col mondo naturale e questo  è un regalo veramente apprezzabile…

Nel giorno nove del mese di agosto 2009, Palazzo Conti Toppo-Wassermann.

Tiziana Pauletto

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