31 maggio 2015: prossimi concerti delle orchestre a plettro in cui suono e che presento

Orchestra a plettro Sanvitese

Convento di San Francesco a Pordenone venerdì 5 giugno ore 21.00 concerto per la Croce Rossa Italiana.

Teatro Arrigoni di San Vito al Tagliamento sabato 6 giugno ore 18.00 per San Vito in fiore. Il repertorio varia dalla musica dell’800 ai giorni nostri con pezzi di  Drigo, Calace, Witt, Shostakovich, kuwahara, Prenna, Ribardiere, Mandonico, Anderson. locandina verticale 2

Dirige il M° Giovanni Sperandio.

Orchestra a plettro Città di Codroipo

Palazzo Sarcinelli di Conegliano venerdì 12 giugno ore 21.

Chiesa di San Valeriano di Codroipo sabato 13 giugno ore 21.

Musiche di Toselli, Laheurte, Kreidler, Steffaro, Gershwin, Piovani, Maciocchi, Furci, e altri.

Dirige il M° Sebastiano Zanetti.

Locandina Concerto conegliano 2015 BIS

CARLO FONTANELLA il 14 aprile 2012 – PRAVISDOMINI Riflessioni per la presentazione della mostra

Carlo Fontanella ci coinvolge in un gioco di racconti e di rimandi, di ambiguità che rispecchiano non solo l’ambivalenza dell’esistenza individuale, ma anche della attuale società nel suo condurre una vita quotidiana, spesso contraddittoria nei principi stessi che la guidano. Vorrei soffermarmi in primis sull’aspetto esteriore delle opere: lo scultore sceglie una soluzione che sa di pittura nel proporsi in pannelli quadrati di spessore e consistenza simili alle tele Gallery, oggi comunemente adoperate dai pittori, di colore bianco; potremmo invece parlare di altorilievi per quanto le raffigurazioni sporgono dalla superficie del supporto e quindi di scultura. Di fatto però l’effetto della luce radente, tipico già di molta sua produzione, che dà vita e significato alle forme che lo scultore mette in essere, è pittorico nel digradare delle sfumature. Una seconda ambiguità sta nel collocare storie d’oggi in un biancore (non candido) che ci ricorda antichi rilievi consumati dalla pioggia o, in altri casi, geometrie neoclassiche, pulite e nitide, allontanando apparentemente la riflessione in una dimensione ideale, non concreta. Gli oggetti, ben riconoscibili, prendono il volo o comunque non hanno un contatto con la realtà (terra, cielo, pavimento, soffitto): sono sospesi – la libreria è a mezza terra, i libri volano, il pallone è bloccato in un riquadro…- essi acquisiscono valore simbolico, diventano idee. La lontananza dal concreto, e quindi la volontà dichiarata di proporsi come oggetti di pensiero e non come “ritratti della realtà” o manufatti decorativi, viene anche dai titoli, chiave di lettura dell’opera, volutamente coniugati spesso in latino e quindi non immediatamente decifrabili, non oggi almeno e non dalle giovani generazioni, come a dire che il messaggio va cercato: immagine e pensiero devono ulteriormente articolarsi nella mente dello spettatore che non può limitarsi ad una fruizione dell’opera immediatamente estetica o di sensazione. Una dimensione non trascurabile in questi lavori è inoltre il senso del tempo che se da un lato consiste nel tempo utile a “leggere” il racconto, da sinistra a destra o dal di fuori al dentro e viceversa, è anche quello del progressivo mutare della coscienza, del formarsi di un pensiero che in partenza era solo nella mente e nelle intenzioni dell’artista e che poi scivola ed entra nel bagaglio di idee del fruitore. Il passaggio avviene con dolcezza, quasi suggerito dalle forme avvolte dal bianco colore che Kandinskij definiva “una sorta di silenzio che potrebbe essere compreso”.

Tiziana Pauletto

Luciano Cecchin – Gruaro, 30 Agosto 2003

Luciano Cecchin è un pittore figurativo: certamente oggi nel panorama vario e anche contraddittorio delle arti la sua sembra una scelta “non alla moda”, ma l’esperienza di 40 anni d’attività dell’artista di Maniago, trascorsa tra concorsi e mostre personali e collettive, è significativa e importante per la realtà che ritrae, per la sapienza compositiva con cui si presenta  e per la peculiare e personalissima scelta coloristica e tonale.

Nei quadri  di Cecchin si entra quasi sempre dall’alto quasi in un atteggiamento di curiosa “contemplazione rubata”, sia che essi raffigurino scene di vita sociale e momenti di aggregazione come l’aperitivo al bar, il matrimonio, le feste o le orchestrine, sia che ci mostrino angoli di borgo, nature morte o più vasti paesaggi della pedemontana. E’ come se, ignari di essere guardati, i personaggi di Cecchin continuassero le loro azioni: chi esce dal bar sotto braccio, chi si presenta sulla soglia della chiesa, chi è tutto intento nell’eseguire brani musicali… il pittore non fissa o blocca la scena ma la lascia vivere di vita propria, osservatore compartecipe e affettuoso dei fatti che testimonia. Cecchin predilige quegli aspetti della vita quotidiana che più somigliano a quelli della sua giovinezza: la festa in piazza, il bar, la banda, la scuola, il matrimonio con i suoi festeggiamenti fuori dalla chiesa, l’orchestrina da ballo all’aperto; sono insieme momenti di gioia e allegria e situazioni che spesso il pittore ha colto nel suo girovagare all’aperto per dipingere. Ritrae la semplicità dei rapporti umani più diretti, oggi spesso falsati dall’imporsi della formalità, della ricerca di modelli di vita appariscenti, ma poco o per nulla autentici.

L’osservazione e la descrizione attente e curiose non si fanno mai pedanti od eccessivamente minuziose: nel quadro si trova tutto quello che ci si aspetta dal contesto, ma niente di troppo pur nella varietà degli aspetti ritratti. Qui entra in gioco l’artista Cecchin con la sua capacità di “sapersi fermare in tempo”: la sua è una pittura veloce, del colpo d’occhio, immediata, fatta di materia robusta, di sapienza compositiva che conosce bene la pittura dei maestri del ‘900, in particolare quella di De Pisis. Essa si sviluppa con pennellate rapide e decise, lascia spesso vedere il fondo, resta “non finita” nel senso di non definita. Il disegno d’inizio è sempre appena schizzato e a volte trapela dall’insieme. Il ritmo compositivo è mosso e serrato, roteante con linee miste  e verticali che si muovono tutte e con irrequietezza si incrociano, scendendo dall’alto al basso. Il tutto conferisce alla scena, sia essa paesaggio, quadro di vita quotidiana o architettura, grande movimento, vivacità e soprattutto estrosità.

I colori sono terre. A questo proposito è bene aprire una parentesi. L’ingresso nella mansarda, piccola ma luminosa,  di Luciano Cecchin è una sorpresa: nemmeno un tubetto di colore, ma varie ciotole con le terre in polvere; il pittore miscela non con l’olio, ma  con l’acqua e  la colla le terre ( in particolare il rosso pompeiano, la terra d’ombra bruciata, le altre terre, il blu oltremare): queste tinte, che hanno la caratteristica  di essere vive da bagnate, si spengono una volta asciutte. Ocra, grigi, rossi e azzurri spenti e verdastri popolano i dipinti,  conferendo luci particolari e creando atmosfere originali. Non a tutti può piacere questo colore apparentemente spento delle terre, eppure esso è oltremodo suggestivo, inconsueto segno di sensibilità coloristica vera e lontano da certa pittura carica di colore da tubetto, nemmeno miscelato alla ricerca di sfumature  personali e lasciato a strillare sulla tela!

In questo contesto dai toni  pacati e terrosi e dai ritmi dinamici e vivaci emerge una visione affettuosa e emozionata della vita quotidiana: gioia, stupore, familiarità (penso ai secchi di vernice dell’imbianchino lasciati in un angolo, non abbandonati ma solamente a riposo) sono i sentimenti che ci vengono da queste opere. Ci sono anche l’allegria sincera, a volte la semplicità vera  e la freschezza tipica dei bambini, che quasi muove verso i personaggi di Luciano Cecchin, appena abbozzati, quasi figurine, un moto d’invidia per una poesia perduta: la gioiosità del rapporto  diretto con le persone, con le cose e con l’ambiente impregna questi lavori, la qualità vera della vita fatta delle cose di tutti i giorni che spesso non apprezziamo, perché invaghiti da modelli sociali diversi apparentemente più ricchi, più belli ma vuoti.

Tiziana Pauletto

Angelo Brugnera – Gruaro 30 Agosto 2003

Rendere viva la materia inorganica, dare spirito ad un materiale amorfo,  silenzioso e fermo sono gli atti che costituiscono l’essenza della scultura. Angelo Brugnera, giovane artista di Sacile si è imposto di raggiungere questi obiettivi conferendo leggerezza alla pietra di per sé e per definizione pesante, trasformando in “carne” il marmo e in qualche recente esperimento tentando di sovvertire le leggi della statica.

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1999 140x25x30 marmo bianco di Carrara

Come raggiungere la leggerezza? Attraverso lo svuotamento del blocco marmoreo. Era più semplice cercare materiali come il metallo che si riduce docilmente in lamina o filo adattandosi a qualsiasi forma, invece Brugnera ha scelto il marmo, la pietra da secoli amata dagli scultori e che nella nostra cultura porta con sé l’idea del tutto tondo, del pieno piuttosto che del vuoto. In questo procedere contro corrente sta l’autonomia inventiva del giovane scultore, che tra gli artisti del passato non a caso ammira il grande Bernini: non c’è da stupirsi perché il ritmo dinamico ed inquieto, la dilatazione dei corpi nello spazio secondo un movimento avvolgente, tanto per citare alcuni degli aspetti più importanti dell’opera del grande artista barocco, sono anche elementi del linguaggio scultoreo, senza dubbio personale ed attuale, di Angelo Brugnera.

Le sue sculture nascono da meditate riflessioni e la loro lavorazione è, credo, una lenta, amorosa e paziente azione sulla pietra. Lo scultore predilige il blocco squadrato, che non indirizza con la sua forma iniziale, lo fora in un punto e da quell’orifizio inizia la ricerca della forma finale, levigando gradualmente la materia; a volte nel lungo percorso che porta alla meta si inserisce un gioco, uno scherzo: allora compare per esempio in qualche punto l’impronta di una mano, un particolare che solo l’artista sa di vedere e che diventa una sfida per la nostra capacità d’osservazione. Brugnera lavora il marmo fino a produrre ali sottili che si protendono nello spazio prolungando il loro moto fluttuante all’infinito. E’ proprio il movimento uno degli aspetti pregnanti di  queste opere: è un movimento a spirale, che torna su sé stesso e contemporaneamente tende a dilatarsi nello spazio circostante. Sono corpi che si lasciano avvolgere dall’aria, corpi in cui il vuoto è più presente del pieno e in cui l’alleggerimento si fa estremo. Le forme, pulite, sembrano accarezzate da una morbidezza delicata: tutte le superfici sono levigate, ma non lucide, cosicché la luce non si specchia, ma scorre fuori e dentro come l’aria, in un gioco di sfumati chiaroscuri. L’occhio perciò viene portato a scivolare con continuità, senza brusche interruzioni in un movimento avvolgente e ininterrotto, accentuato dalle spire o volute: a volte ci si trova in un abbraccio tenero come nella Maternità o nella Danza di ali, oppure si avverte uno sfiorare che ci abbandona vicino a Sull’onda, altre volte si prova una stretta inquietante guardando Danza carnale.

Le opere di Angelo Brugnera ci  si offrono come oggetti biomorfi, che fanno immaginare creature  marine fluttuanti. Sono corpi astratti e senza tempo. Sono anche, a mio parere, fortemente allusivi e trasmettono, anche se non scoperta, una forte carica sensuale, facendoci evocare, superata la prima impressione di acquaticità, non più esseri naturali quanto piuttosto situazioni emozionali intime.

La visione di questi lavori quindi non deve essere frontale e nemmeno può accontentarsi di un colpo d’occhio; bisogna girare intorno a queste forme, perché da ogni angolazione ci derivano sensazioni diverse di vitalità, sensualità e direi di spiritualità: sono creature vive, suggestive ed emozionanti.

Tiziana Pauletto

Guido Fantuz e Dante Turchetto – Ancona 11 settembre 2009 Atelier dell’Arco Amoroso

L’interesse dell’evento “Forma e colore” in cui presentano le loro opere i friulani Guido Fantuz (pittore) e Dante Turchetto (scultore) scaturisce da una serie di motivazioni artistiche e culturali, prime ovviamente le valenze estetiche e la portata contenutistica della mostra stessa: innanzi tutto l’esposizione apre un seppur piccolo spaccato sulle arti figurative friulane, frutto di un’area territoriale piuttosto propositiva e vivace ma solitamente poco nota al di fuori dei suoi confini perché decentrata a livello nazionale e non cittadina: è noto che le città hanno sempre funzionato come motori dell’informazione culturale  e  artistica e del mercato che con essa si muove.

Un secondo motivo di importanza è uno dei principali obiettivi della mostra che nelle intenzioni degli espositori vorrebbe essere la prima di una serie che vedrà, in seconda battuta, artisti marchigiani portare i loro lavori in Friuli Venezia Giulia e viceversa: ne verranno un dialogo e dei viaggi  promettenti  scambi ricchi di spunti e di sviluppi per entrambe le realtà territoriali. A questo proposito va ringraziato Sandro Setti che si è adoperato per portare a buon fine il primo appuntamento, questo di stasera.

Prima di affrontare l’esame delle opere dei due artisti vorrei accennare a due aspetti che fanno luce sulla loro personalità; il primo è l’amicizia che li lega: un sodalizio umano ed artistico, fatto di conversazioni, discussioni, di progetti realizzati insieme, di collaborazione fattiva, anche semplicemente manuale, che dura da circa 23 anni e che ha prodotto anche questa mostra: non ci troviamo oggi perciò di fronte ad una estemporanea associazione. Ad accomunarli inoltre, pur nella  evidente diversità nel sentire, è anche il percorso di crescita artistica sviluppato parallelamente  alla vita professionale. Hanno studiato arte, hanno creato il loro bagaglio estetico e  rinvenuto i loro modelli non attraverso studi tradizionali, ma nell’ esperienza, attraverso incontri e visitazioni dei grandi maestri contemporanei e del passato, e non ultima la frequentazione di  corsi. Entrambi possono enumerare nel loro curricolo numerose ed importanti mostre collettive e personali e in particolare Dante Turchetto è autore di un certo numero di monumenti pubblici tra i quali è anche in progetto un’opera per l’altare della chiesa di Poggio di Ancona e del suo battistero.

Ciò che conta ed è patrimonio di entrambi è la ricerca di una propria maniera di espressione attraverso un’arte, non istinto incontrollato, non stesura di campiture casuali o abbozzo di forme estemporaneo, ma ricerca di ordine, di armonia, con perizia tecnica. Questo è un bisogno impellente, una volta scoperto, ed è allo stesso tempo “virtù” sociale” perché si propone, comunica con gli altri, li fa discutere, li commuove oppure li provoca, creando comunque legami, pensieri, emozioni e lasciando tracce dietro di sé. Il tempo dell’esperienza e della ricerca costituiscono quindi l’essenza dell’opera dei due artisti.

PICT7184GUIDO FANTUZ

Nei quadri di Guido Fantuz natura e umanità sono i temi che si svelano in una dimensione espressiva piuttosto che descrittiva: farfalle dai gialli squillanti e solari, monti e colline immersi in atmosfere lunari o di luci abbaglianti,  nature morte dagli oggetti rosso fuoco, vele che solcano acque e diventano un tutt’uno con esse. Gli elementi scelti per la figurazione appartengono tutti alla quotidianità del pittore, che ama le passeggiate nei boschi o sul litorali e l’immergersi nella natura. I  soggetti,  anche quando fanno parte della tradizione pittorica classica come le nature morte –  perché non dimentichiamolo Fantuz è innanzi tutto pittore –   sono  colti nella loro essenzialità e isolati da un contesto realistico: intravediamo farfalle, case, barche, bottiglie ma nel guardare non è l’oggetto in sé  a colpirci,   quanto l’insieme di emozioni che manda il quadro.

L’elemento di forza delle composizioni di Fantuz è infatti non tanto il tema, il contenuto, ma il colore. Esso è l’attore principale che sconvolge la figurazione e la trasporta in una dimensione altra rispetto alla verosimiglianza con la realtà.

La stesura del colore avviene per colpi veloci –  direi gestuale –  le pennellate sono larghe e materiche, le campiture estese e spesso accostate per contrasto cromatico: blu cobalto, oltremare e di prussia esaltano e sono accesi a loro volta da gialli e  rossi vivi  e vibranti. Il tutto poi  si mitiga grazie ai grigi colorati che creano nella composizione delle pause necessarie.

La linea è loro compagna di gioco. Interviene nella scena sul colore  sfrangiandolo: è un tratto obliquo e spezzato che produce un forte dinamismo, come se da un punto centrale del quadro ci venisse scaraventata addosso una grande energia. Siamo infatti letteralmente tirati all’interno di un dramma, cioè di un’azione che si spiega anche nella genesi e nella lavorazione dell’opera: il pittore stende inizialmente delle campiture di base, solitamente rosse e gialle, poi  forma una figura – pressoché compiuta –  che gradualmente copre e annulla col colore, finché dell’elemento naturalistico si scorgono solo alcune parti: l’artista, dopo esserne appropriato,   trasfigura il dato reale secondo una verità profonda, quella stessa che è dentro ciascuno di noi.

E’ la ricerca di quel qualcosa che si cela dietro all’apparenza delle forme che da sole non soddisfano più, qualcosa che è nello stesso colore e nella linea, che non si riconosce nel simulacro, nel ricordo della realtà, ma le cui radici  sono ancora saldamente aggrappate ad essa. E’quindi  un processo di appropriazione di ciò che si vede per arrivare a ciò che si vive e si sente.

Direi che gli oggetti sono solo l’incipit nella lirica di Guido Fantuz, che esplode fuori dalla tela al ritmo della linea e al timbro del colore, investendoci  con emozioni forti, robuste e a volte inquiete, con sentimenti di  un uomo  che si interroga su se stesso, ma che sa raggiungere anche momenti di autentica serenità e di gioia.

DANTE TURCHETTO

La  scultura  di Dante Turchetto spazia dal legno all’argilla,  dalla pietra al bronzo e, pur nelle diversità legate alle caratteristiche tecniche intrinseche ai materiali che utilizza, le sue opere presentano caratteri formali costanti volti ad  una ricerca di sintesi e di leggerezza, che muovendo da una base figurativa –   il corpo femminile –  è orientata al simbolo.

Un processo di astrazione,  dunque,  tanto più evidente quanto più ci si sposta nella visione dei lavori dalle terrecotte al legno e dal legno al bronzo.

Le opere lignee infatti sono figure femminili slanciate e sottili,  appena  caratterizzate, dai volti lisci e stilizzati; le vesti aderiscono ai corpi, avvolgendoli come pellicole o come veli,  purificandoli dalla loro fisicità ed elevandoli ad icone di una femminilità ideale. All’ascesa è indotto anche l’occhio, che segue le superfici appena increspate o levigate su cui la luce scivola come una brezza, una brezza che a volte si fa vento e percuote le sculture. Esse però come antiche colonne e pilastri si oppongono ad esso, immobili in una ieraticità quasi divina, portatrici di una fiera bellezza e –  quasi dee di un Olimpo contemporaneo –  si isolano dallo  spazio circostante,  immuni allo scorrere del tempo.

Un discorso apparentemente diverso va intrapreso per i piccoli bronzi che qui sono esposti. Turchetto con il metallo si spinge oltre nella conquista della leggerezza. Queste opere nascono in un unico esemplare in quanto il modello iniziale in cera è plasmato direttamente, comprese le incisioni che corrono lungo le superfici, e non è un calco: è già esso stesso quindi una forma compiuta che viene sacrificata nella fusione. Se le forme ci riportano ad un ideale di grazia e di spiritualità,  l’idea da cui hanno origine i bronzi sembra opposta a quella che suggeriscono le opere lignee o le terre:  in essi infatti non appare protagonista la figura, cioè il pieno, ma la sua impronta, ciò che la riveste. L’attore principale quindi dovrebbe essere il vuoto. In realtà esso non è tale, non è vuoto, perché il velo non è veste senza un corpo, anche se solo immaginato e questi lavori indubbiamente svelano, nella loro modellazione, un corpo, o meglio, la sua memoria. Allo stesso tempo sono fogli leggeri, aperti, illuminati su un lato, dolcemente e profondamente chiaroscurati nell’altro: testimoniano un corpo che non c’è, ma che si fa percepire, quasi fossero una “Sindone”. Essi ci immergono in un mondo ancora una volta divino, aereo e sfuggente, a noi precluso perché privi di tanta grazia e forza.

Forza infatti sono queste divine presenze, fieramente salde nel soffio del divenire, emblemi di costanza di stile e fedeltà ad un modello di bellezza. Turchetto ce li propone e  mostra così di essere un artista forte.

Ancona 11 settembre 2009                                                                                        Tiziana Pauletto