Il monotipo in mostra: Nelle case si gioca, si suona, si sogna…

Nelle case si gioca, si suona, si sogna…
Appunti sul monotipo
Gruaro 29 agosto 2015 via Roma Scuola secondaria sala del pianoterra
Il monotipo per me è innanzi tutto una modalità di pensiero e rispecchia, nel suo processo di creazione, la vita e la realtà delle cose: ci sforziamo di progettare e programmare la nostra esistenza, ci poniamo obiettivi e vogliamo controllare i nostri risultati, ma l’imprevisto cambia spesso le nostre previsioni. Il monotipo è una tecnica che dipende in una certa parte dalla casualità: umidità della carta e dell’ambiente, pressione del torchio, quantità di colore e altre variabili determinano il prodotto finale per cui il risultato è sempre una sorpresa. Il momento in cui si alza il foglio su cui si è stampato è intrigante ed è sempre atteso con una certa trepidazione: a volte l’attesa è ricompensata e altre delusa.
In quest’arte c’è un’infinità di somiglianze con la realtà umana, che ha molteplici sfumature ed è spesso impenetrabile: ti capita di notarlo quando sfrutti le impressioni “fantasma”, ovvero le stampe dalla stessa matrice successive alla prima, e le utilizzi per creare ulteriori composizioni che contengono il ricordo dell’iniziale ma presentano altre forme e aggiungono tinte che scolorano su quelle preesistenti in sfumature difficilmente ricreabili.
E’il monotipo lo specchio della vita che è, in ogni cosa e in ogni momento, unica e irripetibile: non è replicabile perché il supporto si perde e una seconda impressione del torchio non sarà mai uguale alla prima.
In secondo luogo questa tecnica consente massima libertà nel fare, perché si possono variare supporti e materiali adoperati per l’”impressione”, oltre che scegliere diverse modalità per ricavare immagini, siano esse concrete o astratte.
E’ un grande allenamento di composizione e di ragionamento, intesi anche come esercizio di previsione dei possibili esiti.
E’ un imparare ad affrontare delusioni: se penso a tutte le volte che ero convinta di aver costruito una serie di ottimi effetti e poi, alzato il foglio, c’era il pasticcio!
E’ inoltre una sfida con le proprie capacità nell’utilizzare materiali e colori lavorando “al contrario”: qualsiasi disegno infatti uscirà ribaltato.

La produzione che presento nella mostra di Gruaro va dal 2008 ad oggi ed è un campione di una parte del materiale stampato in questo arco di tempo. Gli esemplari esposti sono scelti tra serie di prove e molti fogli prodotti per ogni genere di immagine: non sono quindi gli unici pezzi relativi allo stesso lavoro.
Varie le tecniche sperimentate: da quella “a togliere”, usata per esempio da Matisse, a quelle per sovrapposizione. I supporti di matrice sono i più svariati così come le carte e gli altri materiali (tra questi la tela) su cui stampo, idem per quelli utilizzati per ottenere i vari effetti: cartoncino, stoffe, carta igienica, cartoncini di riciclo, legno, polveri,spaghi, ecc.
Preferisco il colore a olio agli inchiostri per la sua malleabilità e facilità di miscela.
Concludendo, il monotipo mi piace perché consente la massima libertà nell’uso del colore e nella composizione, è un “gioco” pensato.

In questa esposizione si possono anche vedere e toccare degli oggetti che sono rivisitati nel loro utilizzo attraverso il collage con miei monotipi: una sedia, una chitarra acustica, un pallone da basket e un piccolo puzzle a dodici cubi. Questi oggetti rispondono, come del resto le stampe, al tema della mostra: Nelle case si gioca, si suona, si sogna…
Mi piaceva l’idea di far riflettere sull’ambiguità che si genera quando un oggetto utilizzato per giocare, suonare o riposarsi, si trasforma in opera d’arte e apparentemente perde il suo scopo primario: è la nuova definizione che dà valore alla palla, alla chitarra e alla sedia o esse permangono nella condizione di utilizzo per cui sono state originariamente prodotte?
Si potrà suonare quella chitarra, ci si potrà riposare sulla sedia e si lancerà il pallone? La risposta è la stessa che genera il piccolo puzzle composto da sei monotipi che il pubblico è invitato a comporre: sì.
Il visitatore farà quello che preferisce: se avrà voglia giocherà con il puzzle, si siederà e suonerà la chitarra…

A Stalis il 7 giugno tra arte e natura

Ancora una volta sotto l’ombra degli alberi frondosi che danno sulle acque limpide e rapide della versa che dicenta Lemene.

Ancora una volta a girare tra le vecchie mura di un mulino che parlano voci di fatica e di lavoro, a guardare le pale verdi di alghe dal moto lento e tranquillo.

Ancora una volta a cimentarsi con un tema nuovo ma antico:”Sullo sterrato dinanzi ai mulini era un continuo avvicendarsi di sacchi, e di figure infarinate” Ippoloto Nievo.

Pittori e scultori, amici per lo più, a giocare con i propri pensieri e con le proprie personalissime immagini, ma anche a guardare e guardarsi, a parlare e parlare. Non c’è gara: è questa la parte più bella dell’evento. Cosa c’è di meglio di un incontro dove scambiare le proprie esperienze?

E il cicloamatore che passa si ferma e curiosa, il passeggiante gode dei colpo d’occhio di tele, carte, legni, il bambino chiede di poter giocare con te e i tiuo colori.

Stalis è questo e altro, se il sole ci accompagna, e così sarà.

A presto, a Stalis, il 7 giugno dalle 9.00 alle 19.00!

TRAME – Galleria Comunale G.T.Kennedy di Prata di Pordenone luglio 2010

Ecco alcune immagini. L’abbinamento dei miei muri con le opere di Francesca Sist che fa un pachtwork fuori schema è riuscita. Per quanto mi riguarda ho esposto una serie di muri e il primo Omaggio a Michelangelo, che troverà ulteriore sviluppo nella mostra di Limana dell’ottobre 2011.

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La mostra è stata presentata da me e rallegrata dalle musiche del quintetto  Il Fondaco Sonoro.

Di seguito l’apparato critico.

TRAME

Trame e orditi svelati da fili in libertà  o racconti sussurrati da muri abbandonati

Questa mostra nasce grazie ad un reciproco apprezzamento tra le due artiste che operano per certi versi in modo simile, anche se con materiali diversi, i quali presuppongono ovviamente tecniche di lavorazione proprie.

FRANCESCA SIST

Sonia Delaunay, importante creatrice di tessuti, i cui disegni erano talmente apprezzati a Parigi da suscitare la gelosia del marito, il più famoso Robert, pittore cubista,  ebbe a  dire : “C’è un’ingiustizia flagrante fra noi due, io sono stata classificata nelle arti decorative e non hanno voluto ammettere che  fossi una pittrice in ogni senso.”

Francesca Sist si occupa di tessuto, meglio di pachtwork, ma non per questo si deve considerare il suo lavoro qualcosa di strettamente “artigianale” o di prettamente femminile. Indubbiamente il patchwork si colloca in un ambito creativo di tipo artigianale, in quanto necessita di abilità pratiche specifiche, ma in quale arte ci si può cimentare se non si è abili nella sua tecnica? Eppure questa pratica, soprattutto se esercitata alla maniera di Francesca, cioè con modalità non tradizionali e non hobbistiche, può produrre arte.
 Facciamo un passo indietro occupandoci brevemente della storia  del  patchwork ovvero di quel lavoro con toppe di tessuto, o meglio, dell’assemblaggio di toppe di tela secondo un disegno prefissato.
La parola solitamente evoca nella gran parte delle persone  le coperte a pezze di derivazione americana o al massimo dei  pannelli decorativi da muro. Se è vero che il patchwork americano  oggi fa scuola in tutto il mondo, va detto anche che la necessità di trasformare materiali tessili di recupero in manufatti utili alla vita quotidiana è diffusa in tutto il mondo e ha origini antiche: dall’Africa occidentale dove si tessono nastri di tessuto assemblati in lunghe strisce  a creare coperte, turbanti e abiti, agli indiani dell’America centrale, fino ai kimono giapponesi.
 Il trapunto ha origini intorno al 5000 A.C. in Cina e in Egitto. Poi tocca al medioevo europeo che lo conosce grazie ai crociati che lo portano con sé dal medioriente.
 La trapunta da letto esiste già presso i Romani che la chiamano culcita e che  nel medioevo diventa una specie di insieme di copriletto e materasso che successivamente prende il nome di quilt. Un altro esempio di patchwork ante litteram è la maschera di Arlecchino. Nel 1600 i ricchi inglesi utilizzano i chintz indiani per le loro trapunte o per gli arazzi.
Il secolo d’oro è però il 1800 sia in Europa che in America: in Inghilterra prevale la trapunta composta da moltissime piccole toppe, a volte migliaia e addirittura si lavora insieme come in una gara allo stesso lavoro, per cui il patchwork assume anche un valore sociale.
In America, dove la tecnica si è trasferita nel 1700, essa si rinnova e soprattutto, quando con l’indipendenza le manifatture locali producono tessuti autonomamente, i lavori si fanno sempre più belli e creativi tanto da innovare l’intera produzione mondiale. In Inghilterra rimane la produzione a medaglione, mentre nel nuovo mondo si diffonde la composizione a riquadri.
 Nel ventesimo secolo gli americani fanno scuola e ormai da qualche decennio il patchwork si è slegato dall’immediatezza dell’uso pratico, inoltre molti musei espongono i lavori tra le altre opere di arte visiva.
Ed ora veniamo alle opere di Francesca Sist: l’artista conosce bene la tecnica al punto di decidere, dopo aver prodotto le tipiche composizioni geometrico/figurative, di andare oltre mettendo allo scoperto il processo di produzione, come dire che lascia vedere ciò che gli altri nascondono: il retro dei suoi lavori ha altrettanta importanza del fronte, non solo, i fili che uniscono le varie toppe, che solitamente vengono ordinatamente tagliati, accorciati, fatti sparire secondo un concetto di ordinata pulizia,  nelle sue “tele” sono invece parte in gioco essenziale, compongono l’immagine assieme ai ritagli di stoffa, la costruiscono e la caratterizzano. Da qui il titolo della mostra “Trame”…
Ordire la trama di un racconto significa decidere l’idea che lo conduce, crearne lo svolgimento principale, stabilire un inizio ed una fine, intrecciarne le azioni… Ecco: quest’operazione si manifesta nei pannelli dell’artista e viene svelata; non è coperta dai due ulteriori  strati (imbottitura e fodera)  che fanno di un lavoro di patchwork un’opera finita.
Per quanto riguarda le composizioni, anche in quest’ambito ci sono novità rispetto alla produzione tradizionale contemporanea spesso legata o a motivi figurativi o geometrici:  la pittrice, perché così credo si debba ormai definire Francesca, costruisce indifferentemente paesaggi o affronta il più difficile territorio della composizione astratta. Non soddisfatta dei tessuti che recupera, per gli ultimi lavori ha preparato e tinto lei stessa le stoffe, cotoni italiani sempre e solamente, ottenendo così scampoli di tessuto dalle varie gradazioni che combina in sfumature o per contrasto timbrico e che lega con quei fili che, sciolti e liberi da ogni comando, creano ulteriore movimento in composizioni già di per sé dinamiche.
E’ difficile non utilizzare aggettivi come “fine”, elegante”, un po’ troppo vicini al mondo della sartoria però è vero che, soprattutto le opere dove predominano i neri, sono intriganti,  affascinano particolarmente e perdono, pur essendolo, la sembianza del patchwork per assumere quella della pittura, di una buona pittura.

TIZIANA PAULETTO

Per quanto riguarda la mia pittura fornisco alcune note sotto forma di appunti e poi lascio la voce ad una giovane critica, purtroppo precocemente scomparsa, Caterina Fasolo.
I miei quadri, per ora, nascono secondo un procedimento a più strati: inizialmente preparo un fondo in acrilico, spesso figurativo, poi lo “rompo” con l’applicazione di carte veline da me acquerellate precedentemente, infine ritorno sulla superficie col pennello. Mi piace la “casualità guidata” con cui si comporta  l’acquerello sulla velina e che è parte determinante della mia produzione.
Ritengo i miei lavori una metafora dell’esistenza, credo di quella di tutti, senz’altro della mia: noi siamo come i muri delle case, costruiti più  o meno solidamente, e superiamo ostacoli, riceviamo aggressioni, ma anche godiamo di obiettivi raggiunti e di gioie, come un muro che più volte è ridipinto e rinnovato ma anche subisce le intemperie e risente del passare del tempo. Ecco allora che si formano crepe, che vengono riaggiustate e nelle quali si possono leggere le vicende di quel muro. Quest’ultimo inoltre “parla” di coloro i quali lo hanno frequentato… ma racconta anche di sé: noi siamo un sovrapporsi di esperienze che nel tempo si sedimentano, e a volte riaffiorano inconsapevolmente e sta a noi rielaborarle e agli altri “leggerle” e decidere se accettarle o meno. Lo scavo non finisce mai così come il cambiamento, la crescita è continua…
Sui muri infine spesso si posano ombre: di alberi, di uccelli, di passanti, di veicoli, di case… i nostri pensieri, quelle impressioni o sensazioni fuggevoli che pur hanno grande parte nella nostra quotidiana esistenza e che spesso vorremmo trattenere per goderle, ma l’ineffabile, (uso una parola forte) la felicità è incatturabile.

Prata, 4 luglio 2010                                                                                                                                                                              Tiziana Pauletto

Successo della strega Alfreda a Pordenone Legge

Un pubblico numeroso ed entusiasta, tra cui molti bambini, ha stipato la bella sala sotterranea del negozio “Arti e Mestieri” di Stefania Roncadin a Pordenone.

la sala sotterranea del negozio Arti e Mestieri (dettaglio)
la sala sotterranea del negozio Arti e Mestieri (dettaglio)

Fabrizio Furci alla chitarra durante la lettura della fiaba
Fabrizio Furci alla chitarra durante la lettura della fiaba

Renato Pauletto e Tiziana Pauletto, commentati musicalmente dalle melodie spagnoleggianti di Fabrizio Furci alla chitarra, hanno raccontato la storia dell’intraprendente strega ad adulti e bambini.

I commenti sono stati entusiastici, sia per la qualità della performance che per la mostra allestita nei locali del negozio che raccoglie oltre 50 opere (non solo le tavole originali con le illustrazioni della fiaba, ma anche acrilici) dell’artista Tiziana Pauletto.

Renato Pauletto in un momento della narrazione
Renato Pauletto in un momento della narrazione
Da sinistra a destra: la critica Alessandra Santin, Tiziana Pauletto, Renato Pauletto, Stefania Roncadin, proprietaria del negozio
Da sinistra a destra: la critica Alessandra Santin, Tiziana Pauletto, Renato Pauletto, Stefania Roncadin, proprietaria del negozio

La performance è stata introdotta da Alessandra Santin, la quale, come sempre, ha ben illustrato gli intenti degli autori e la pittura esposta. Presente il presidente del Lions Club Pordenone NAONIS, che ha collaborato alla riuscita dell’iniziativa.

Tiziana Pauletto al lavoro durante il laboratorio di illustrazione
Tiziana Pauletto al lavoro durante il laboratorio di illustrazione

Grande successo ha riscosso anche il laboratorio di illustrazione diretto da Tiziana Pauletto, che ha coinvolto il giovane pubblico, che ha rivelato sorprendenti doti artistiche. Piccoli artisti hanno portato con sè nelle loro case le proprie interpretazioni della fiaba, ornandole con piccoli capolavori.