Suonando coi plettri e …

La musica a plettro è recentemente diventata, oltre che pratica settimanale e frequentazione  dei gruppi di cui sono parte, anche un’occasione di gioco col colore e con le forme:  ho infatti realizzato con i miei collage di cartine e acquarello la copertina del secondo cd dell’orchestra sanvitese; successivamente sono nati una serie di piccoli monotipi monotematici, uno dei quali è stato usato dal gruppo di Codroipo come insegna dell’esemble; anche il quintetto Fondaco Sonoro ne ha uno e il quartetto Ad libitum di Pradamano ha inserito uno dei miei acquarelli nel suo sito. Infine il convegno sul mandolino di Vittorio Veneto tenutosi ad ottobre 2009 me ne ha richiesti tre da utilizzare nei depliant e nei manifesti. Che dire, a volte il gioco si fa serio… ma resta comunque un gioco!

la copertina del secondo cd dell’Orchestra a Plettro sanvitese edito nel 2005

 
 

   Il gruppo Fondaco sonoro: da sinistra a destra il fondatore Mario Santilli, mio marito nonchè appassionato di fotografia e abile restauratore di strumenti a corde,   Christine Teulon, scrittrice e appassionata di storia del mandolino( in particolare svolge ricerche e scrive sul plettro friulano),  Pietro Rinaldi, chitarrista e mandolinista estroso, Roberto Verona, marito di Christine, maestro in  numerosi corsi  di manodolino per ragazzi nell’ambito dei progetti del volontariato friulano, e la sottoscritta. La foto è stata scattata in occasione di una collettiva di 9 donne a Valvasone in occasione della festa della donna nel marzo 2009 organizzata da Felice Arte, un’associazione culturale molto attiva.

sotto la foto  del gruppo:   il piccolo monotipo che fa da sfondo al logo del Fondaco Sonoro su vecchia carta pentagrammata compilata.

       
depliant del convegno di Vittorio Veneto

 

I tre lavori utilizzati per il manifesto e i materiali del convegno di Vittorio Veneto 

i due sopra e sotto  sono piccoli lavori20x20cm. di una serie di 12 realizzati in acquarello e carta acquarellata

 

 Questo è un piccolo monotipo olio su carta 12x12cm. 

  

 

 

 

Emilio Verziagi a Toppo di Travesio (Pordenone) – 9 agosto 2009

“ Credo davvero che nella scultura, di oggi come di sempre, l’elemento che entra in gioco con più insistenza sia quello della modulazione tangibile, tattile: creare un corpo, una struttura, una forma che abbracci e sia abbracciata dallo spazio e la cui natura sia intimamente legata al materiale usato…”

Gillo Dorfles

E’ l’ultima parte della citazione dal famoso critico che mi preme sottolineare, e per una volta, anziché come di prassi affrontare discorsi di contenuti o di stile, vorrei  iniziare l’esame dell’opera di Verziagi partendo dal rapporto tra l’artista e il materiale, in questo caso, quasi essenzialmente il legno, sia esso cirmolo, pero, noce, olivo, melo…

Emilio Verziagi, Donna con velo, 2002.
Emilio Verziagi, Donna con velo, 2002.

E’ bene ricordare innanzi tutto quali siano i limiti oggettivi e piuttosto gravi  che il legno pone alla creazione di un’opera: essi spiegano tra l’altro come nella storia dell’arte la scultura lignea sia stata spesso relegata all’ambito popolare o si sia ricoperta di gessi colorati, e pur avendo conosciuto periodi di splendore come nel barocco maturo, pensiamo al veneziano Brustolon, si è  riscattata dalle arti minori solo nel secolo scorso quando ha assunto a contenuto la materia stessa e le sue possibilità formali, facendo cadere la necessità di un rivestimento.

Il blocco ligneo, per lo più un tronco, ha dimensioni limitate che impongono aggiunte e incastri difficilmente occultabili, quando si vuole espandere nello spazio una struttura, inoltre le qualità intrinseche del legno possono costituire un limite alla creazione: esso presenta infatti piccole cavità corrispondenti ai vasi, nodi, venature, variazioni di colore che interferiscono nella rappresentazione. Il legno infine ha una struttura non omogenea, procede a fasci di fibre rivolte in un’unica direzione, per cui va lavorato in modo da annullare la differenza di strutture di piani nel senso della fibra e piani contro la fibra.

Questi impedimenti entrano tutti nell’arte di Verziagi non come tali, ma quasi per una sfida, o meglio  in una piena accoglienza del materiale e della sua natura: in questo modo i limiti si fanno occasione di idee, di creazione.

Verziagi infatti ha un rapporto col legno di rispetto amoroso, di conversazione, di fraternità reverenziale, forse originata dalle sue esperienze giovanili, ma ciò non ci preme, quello che è invece importante è che questi sentimenti sono alla base della creazione artistica.

Per inciso lo stesso rispetto per il materiale si avverte anche nelle terre,  dove il modellato, più mosso rispetto alla scultura lignea,  lascia vedere zone non lavorate, varchi,  solchi nei quali si indovina la grana della materia.

Lo scultore “va per  legni” sui greti dei fiumi, nelle segherie, sbircia nei giardini… a volte sono alberi caduti, altre volte  biforcazioni scartate dalle segherie,  altre ancora legni “vissuti” come parti d’oggetti, vedi le doghe delle botti. Esse sono tutte creature vive e  parlanti: l’artista  osserva  l’andamento della fibra, segna col dito le venature, occhieggia i nodi, entra con le dita nelle fessure, accarezza i corrugamenti e le pieghe… e attende fino a che  la figura si rivela, si suggerisce al suo pensiero in una ruga, in un movimento di ramo:  allora nasce l’idea,  si mostra l’immagine che il legno contiene già ed essa va rispettata, cavata fuori, d’altronde la scultura lignea è fatta di scavo, non si può aggiungere, bisogna solo tirare fuori. Da qui scaturisce la molteplicità di forme delle sculture di Verziagi, proprio dalla ricerca e dal rispetto per la materia  e la sfida è vinta: i busti o i corpi verticali sono delicatamente mossi, i fianchi a volte leggermente inclinati, e il gioco più intrigante, ma non l’unico,  sta nel far sì che i difetti, i corrugamenti, le differenze di colore, ma soprattutto le venature del legno disegnino le forme e partecipino alla struttura.  In queste sculture entra  quindi anche il colore, sia quello naturale, che di fiamma o di mordente, che con sapienza accentua l’andamento delle fibre così come in una architettura sottolineerebbe le strutture esaltandole.

Chiude il processo la levigatura: le opere di Verziagi sono tutte levigate o lucide, in quanto l’artista non ama la sbrecciatura della motosega o della sgorbia, le considera violenze ad un materiale vivo.

Sulle superfici morbide e piene quindi la luce scivola leggera increspandosi appena in qualche piega, raramente creando forti chiaroscuri. Le forme sono per lo più chiuse e predominano i pieni piuttosto che i vuoti. L’aria gira attorno, lo spazio abbraccia i corpi ma non li attraversa. Se vogliamo Verziagi si colloca quasi in una posizione controcorrente rispetto alle tendenze attuali che hanno spinto la produzione scultorea verso la bidimensione e verso  strutture molto aperte. L’artista sente in modo figurativo, ma non realistico in senso stretto:  le sue figure piuttosto  ridanno valore a idee se vogliamo in parte oggi “lasciate” e  si fanno simbolo.

Il tema che più appassiona l’autore è il corpo femminile, meglio la donna nella sua dimensione di portatrice di vita: la donna come madre e come futura madre. La suggestione principale viene dalla gestazione, dall’attesa di una vita che cresce nel grembo e  che  si fa calda protezione quando essa è nata.

Ecco allora che i busti , via la testa e le gambe, accentrano l’attenzione tra spalle e fianchi; le donne in attesa ( i loro  volti volutamente stilizzati e simmetrici, nasi diritti e piccoli, occhi semichiusi e assorti nella loro sostanza, quasi per non distrarre)  particolarmente lievi nella resa formale, si mostrano erette, in una posizione del corpo rilassata e serena come quella dell’anima; il braccio scende molle sui fianchi o cinge con una mano grande, a volte sproporzionata, il ventre come per proteggerlo: questo atteggiamento in una silouette dall’andamento verticale e allungato,  insieme allo sporgere dell’addome,  attira l’occhio e lo coinvolge nell’attesa.

La stessa mano e l’identico movimento del braccio protegge i bimbi nei gruppi delle maternità o la femminilità nelle figure sole: in questo caso tutta la scultura si fa gesto, si fa rotonda; il cerchio con la sua forma chiusa  conferisce all’insieme tranquillità, pace e trasporta in una dimensione meditativa e di ripiegamento interiore. Il gioco dei sentimenti è quindi tutto nel cerchio, nell’ abbraccio che trattiene, raccoglie e protegge, si chiude quasi in un bozzolo. Sembra che ci venga suggerito di non disturbare e di contemplare il mistero della vita.

Il tutto,  accarezzato non solo con le mani ma anche con i nostri occhi,  emana un sentire sereno, dichiara amore per la vita e soprattutto per la natura che genera la vita e che è ne è l’alimento e ci mette in una condizione di “ben essere” cioè di armonia con noi stessi, con gli altri e col mondo naturale e questo  è un regalo veramente apprezzabile…

Nel giorno nove del mese di agosto 2009, Palazzo Conti Toppo-Wassermann.

Tiziana Pauletto

Guido Fantuz e Dante Turchetto – Ancona 11 settembre 2009 Atelier dell’Arco Amoroso

L’interesse dell’evento “Forma e colore” in cui presentano le loro opere i friulani Guido Fantuz (pittore) e Dante Turchetto (scultore) scaturisce da una serie di motivazioni artistiche e culturali, prime ovviamente le valenze estetiche e la portata contenutistica della mostra stessa: innanzi tutto l’esposizione apre un seppur piccolo spaccato sulle arti figurative friulane, frutto di un’area territoriale piuttosto propositiva e vivace ma solitamente poco nota al di fuori dei suoi confini perché decentrata a livello nazionale e non cittadina: è noto che le città hanno sempre funzionato come motori dell’informazione culturale  e  artistica e del mercato che con essa si muove.

Un secondo motivo di importanza è uno dei principali obiettivi della mostra che nelle intenzioni degli espositori vorrebbe essere la prima di una serie che vedrà, in seconda battuta, artisti marchigiani portare i loro lavori in Friuli Venezia Giulia e viceversa: ne verranno un dialogo e dei viaggi  promettenti  scambi ricchi di spunti e di sviluppi per entrambe le realtà territoriali. A questo proposito va ringraziato Sandro Setti che si è adoperato per portare a buon fine il primo appuntamento, questo di stasera.

Prima di affrontare l’esame delle opere dei due artisti vorrei accennare a due aspetti che fanno luce sulla loro personalità; il primo è l’amicizia che li lega: un sodalizio umano ed artistico, fatto di conversazioni, discussioni, di progetti realizzati insieme, di collaborazione fattiva, anche semplicemente manuale, che dura da circa 23 anni e che ha prodotto anche questa mostra: non ci troviamo oggi perciò di fronte ad una estemporanea associazione. Ad accomunarli inoltre, pur nella  evidente diversità nel sentire, è anche il percorso di crescita artistica sviluppato parallelamente  alla vita professionale. Hanno studiato arte, hanno creato il loro bagaglio estetico e  rinvenuto i loro modelli non attraverso studi tradizionali, ma nell’ esperienza, attraverso incontri e visitazioni dei grandi maestri contemporanei e del passato, e non ultima la frequentazione di  corsi. Entrambi possono enumerare nel loro curricolo numerose ed importanti mostre collettive e personali e in particolare Dante Turchetto è autore di un certo numero di monumenti pubblici tra i quali è anche in progetto un’opera per l’altare della chiesa di Poggio di Ancona e del suo battistero.

Ciò che conta ed è patrimonio di entrambi è la ricerca di una propria maniera di espressione attraverso un’arte, non istinto incontrollato, non stesura di campiture casuali o abbozzo di forme estemporaneo, ma ricerca di ordine, di armonia, con perizia tecnica. Questo è un bisogno impellente, una volta scoperto, ed è allo stesso tempo “virtù” sociale” perché si propone, comunica con gli altri, li fa discutere, li commuove oppure li provoca, creando comunque legami, pensieri, emozioni e lasciando tracce dietro di sé. Il tempo dell’esperienza e della ricerca costituiscono quindi l’essenza dell’opera dei due artisti.

PICT7184GUIDO FANTUZ

Nei quadri di Guido Fantuz natura e umanità sono i temi che si svelano in una dimensione espressiva piuttosto che descrittiva: farfalle dai gialli squillanti e solari, monti e colline immersi in atmosfere lunari o di luci abbaglianti,  nature morte dagli oggetti rosso fuoco, vele che solcano acque e diventano un tutt’uno con esse. Gli elementi scelti per la figurazione appartengono tutti alla quotidianità del pittore, che ama le passeggiate nei boschi o sul litorali e l’immergersi nella natura. I  soggetti,  anche quando fanno parte della tradizione pittorica classica come le nature morte –  perché non dimentichiamolo Fantuz è innanzi tutto pittore –   sono  colti nella loro essenzialità e isolati da un contesto realistico: intravediamo farfalle, case, barche, bottiglie ma nel guardare non è l’oggetto in sé  a colpirci,   quanto l’insieme di emozioni che manda il quadro.

L’elemento di forza delle composizioni di Fantuz è infatti non tanto il tema, il contenuto, ma il colore. Esso è l’attore principale che sconvolge la figurazione e la trasporta in una dimensione altra rispetto alla verosimiglianza con la realtà.

La stesura del colore avviene per colpi veloci –  direi gestuale –  le pennellate sono larghe e materiche, le campiture estese e spesso accostate per contrasto cromatico: blu cobalto, oltremare e di prussia esaltano e sono accesi a loro volta da gialli e  rossi vivi  e vibranti. Il tutto poi  si mitiga grazie ai grigi colorati che creano nella composizione delle pause necessarie.

La linea è loro compagna di gioco. Interviene nella scena sul colore  sfrangiandolo: è un tratto obliquo e spezzato che produce un forte dinamismo, come se da un punto centrale del quadro ci venisse scaraventata addosso una grande energia. Siamo infatti letteralmente tirati all’interno di un dramma, cioè di un’azione che si spiega anche nella genesi e nella lavorazione dell’opera: il pittore stende inizialmente delle campiture di base, solitamente rosse e gialle, poi  forma una figura – pressoché compiuta –  che gradualmente copre e annulla col colore, finché dell’elemento naturalistico si scorgono solo alcune parti: l’artista, dopo esserne appropriato,   trasfigura il dato reale secondo una verità profonda, quella stessa che è dentro ciascuno di noi.

E’ la ricerca di quel qualcosa che si cela dietro all’apparenza delle forme che da sole non soddisfano più, qualcosa che è nello stesso colore e nella linea, che non si riconosce nel simulacro, nel ricordo della realtà, ma le cui radici  sono ancora saldamente aggrappate ad essa. E’quindi  un processo di appropriazione di ciò che si vede per arrivare a ciò che si vive e si sente.

Direi che gli oggetti sono solo l’incipit nella lirica di Guido Fantuz, che esplode fuori dalla tela al ritmo della linea e al timbro del colore, investendoci  con emozioni forti, robuste e a volte inquiete, con sentimenti di  un uomo  che si interroga su se stesso, ma che sa raggiungere anche momenti di autentica serenità e di gioia.

DANTE TURCHETTO

La  scultura  di Dante Turchetto spazia dal legno all’argilla,  dalla pietra al bronzo e, pur nelle diversità legate alle caratteristiche tecniche intrinseche ai materiali che utilizza, le sue opere presentano caratteri formali costanti volti ad  una ricerca di sintesi e di leggerezza, che muovendo da una base figurativa –   il corpo femminile –  è orientata al simbolo.

Un processo di astrazione,  dunque,  tanto più evidente quanto più ci si sposta nella visione dei lavori dalle terrecotte al legno e dal legno al bronzo.

Le opere lignee infatti sono figure femminili slanciate e sottili,  appena  caratterizzate, dai volti lisci e stilizzati; le vesti aderiscono ai corpi, avvolgendoli come pellicole o come veli,  purificandoli dalla loro fisicità ed elevandoli ad icone di una femminilità ideale. All’ascesa è indotto anche l’occhio, che segue le superfici appena increspate o levigate su cui la luce scivola come una brezza, una brezza che a volte si fa vento e percuote le sculture. Esse però come antiche colonne e pilastri si oppongono ad esso, immobili in una ieraticità quasi divina, portatrici di una fiera bellezza e –  quasi dee di un Olimpo contemporaneo –  si isolano dallo  spazio circostante,  immuni allo scorrere del tempo.

Un discorso apparentemente diverso va intrapreso per i piccoli bronzi che qui sono esposti. Turchetto con il metallo si spinge oltre nella conquista della leggerezza. Queste opere nascono in un unico esemplare in quanto il modello iniziale in cera è plasmato direttamente, comprese le incisioni che corrono lungo le superfici, e non è un calco: è già esso stesso quindi una forma compiuta che viene sacrificata nella fusione. Se le forme ci riportano ad un ideale di grazia e di spiritualità,  l’idea da cui hanno origine i bronzi sembra opposta a quella che suggeriscono le opere lignee o le terre:  in essi infatti non appare protagonista la figura, cioè il pieno, ma la sua impronta, ciò che la riveste. L’attore principale quindi dovrebbe essere il vuoto. In realtà esso non è tale, non è vuoto, perché il velo non è veste senza un corpo, anche se solo immaginato e questi lavori indubbiamente svelano, nella loro modellazione, un corpo, o meglio, la sua memoria. Allo stesso tempo sono fogli leggeri, aperti, illuminati su un lato, dolcemente e profondamente chiaroscurati nell’altro: testimoniano un corpo che non c’è, ma che si fa percepire, quasi fossero una “Sindone”. Essi ci immergono in un mondo ancora una volta divino, aereo e sfuggente, a noi precluso perché privi di tanta grazia e forza.

Forza infatti sono queste divine presenze, fieramente salde nel soffio del divenire, emblemi di costanza di stile e fedeltà ad un modello di bellezza. Turchetto ce li propone e  mostra così di essere un artista forte.

Ancona 11 settembre 2009                                                                                        Tiziana Pauletto

Successo della strega Alfreda a Pordenone Legge

Un pubblico numeroso ed entusiasta, tra cui molti bambini, ha stipato la bella sala sotterranea del negozio “Arti e Mestieri” di Stefania Roncadin a Pordenone.

la sala sotterranea del negozio Arti e Mestieri (dettaglio)
la sala sotterranea del negozio Arti e Mestieri (dettaglio)

Fabrizio Furci alla chitarra durante la lettura della fiaba
Fabrizio Furci alla chitarra durante la lettura della fiaba

Renato Pauletto e Tiziana Pauletto, commentati musicalmente dalle melodie spagnoleggianti di Fabrizio Furci alla chitarra, hanno raccontato la storia dell’intraprendente strega ad adulti e bambini.

I commenti sono stati entusiastici, sia per la qualità della performance che per la mostra allestita nei locali del negozio che raccoglie oltre 50 opere (non solo le tavole originali con le illustrazioni della fiaba, ma anche acrilici) dell’artista Tiziana Pauletto.

Renato Pauletto in un momento della narrazione
Renato Pauletto in un momento della narrazione
Da sinistra a destra: la critica Alessandra Santin, Tiziana Pauletto, Renato Pauletto, Stefania Roncadin, proprietaria del negozio
Da sinistra a destra: la critica Alessandra Santin, Tiziana Pauletto, Renato Pauletto, Stefania Roncadin, proprietaria del negozio

La performance è stata introdotta da Alessandra Santin, la quale, come sempre, ha ben illustrato gli intenti degli autori e la pittura esposta. Presente il presidente del Lions Club Pordenone NAONIS, che ha collaborato alla riuscita dell’iniziativa.

Tiziana Pauletto al lavoro durante il laboratorio di illustrazione
Tiziana Pauletto al lavoro durante il laboratorio di illustrazione

Grande successo ha riscosso anche il laboratorio di illustrazione diretto da Tiziana Pauletto, che ha coinvolto il giovane pubblico, che ha rivelato sorprendenti doti artistiche. Piccoli artisti hanno portato con sè nelle loro case le proprie interpretazioni della fiaba, ornandole con piccoli capolavori.

Francesca Mora: presentazione alla mostra “Modulare libero e sonoro, acrilici e acquerelli”, Galleria Campanon, Guastalla (RE), 13 Giugno 2009

Un momento della presentazione di Francesca Mora. Da sinistra a destra: Tiziana Pauletto, Francesca Mora, Mario Santilli
Un momento della presentazione di Francesca Mora. Da sinistra a destra: Tiziana Pauletto, Francesca Mora, Mario Santilli

Tiziana compone mosaici formati da tanti piccoli tasselli di carta, uniti da un acquerello che li accorpa e rivela infinite sfumature. Libera le sue creazioni da una maschera di uniformità e dona a chi le osserva la possibilità di togliersi quella stessa maschera che la vita di tutti i giorni ci impone.

Tiziana questa maschera se l’è tolta da tempo, da quando ha deciso di rimettersi in gioco, di superare le sue ansie e le sue paure e di accettare il suo destino di artista, il suo essere “nata sotto Saturno”. La sua esperienza dell’arte e nell’arte è esemplificata nelle commistioni di toni, nell’uso abile della materia del suo fare artistico. Gioca nel colore quando dipinge nell’informale  e quando ricerca volti  dove non è possibile non cogliere l’eco di opere che l’artista ha profondamente interiorizzato.

La sala del pozzo
La sala del pozzo

Unire una profonda esperienza di arte moderna ad una ricerca nel contemporaneo significa volontà di mettersi in gioco, di sperimentare. Le infinite sfaccettature dell’ispirazione di Tiziana sono testimoniate dalle illustrazioni della fiaba della Strega Alfreda, dove con dolcezza accompagna la narrazione di questo racconto per bambini. Perchè Tiziana è donna nella grazia e nell’eleganza delle sue creazioni, ed è forte del vigore donatele dalla sua passione artistica.

Un dettaglio dell'allestimento
Un dettaglio dell'allestimento

Caterina Fasolo: presentazione mostra “Topografie” a Casa Gaia

Mostra Topografie di Portobuffolé, maggio 2009

Estratto dalla critica di Caterina Fasolo

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La giovane critica Caterina Fasolo

“I lavori di Tiziana Pauletto nascono dall’interazione di due elementi: pittura e materia. In un’accezione topografica si potrebbe affermare che tali elementi si fondono e organizzano tra loro come l’architettura fa con l’ambiente naturale. Il paesaggio incontaminato dal quale parte l’artista è quello del fondo acrilico già figurato, o semplicemente macchiato nel caso degli astratti, che viene successivamente riempito, o meglio costruito, da brandelli di carta acquerellata i quali, sovrapposti sapientemente al dipinto sottostante, formano un mosaico di colori e forme. L’ulteriore ritorno al pennello e alla pittura, nella fase finale della creazione, e il gioco di trasparenze reso dall’uso della colla rappresentano l’atto compositivo in grado di dare ordine al caos, unità nella molteplicità.E’ così che nascono i volti-maschera, in cui figura e sfondo si mescolano rendendo quasi impalpabili i confini tra l’uno e l’altro e la cui intensità emotiva è rafforzata dalla vibrazione dei colori e dagli effetti di luce; le facciate di edifici senza identità le cui porte e finestre semiaperte invitano ad entrare e a scoprire le storie racchiuse tra quei muri segnati dal tempo ed infine la serie di astratti in cui materia e pittura si fondono al punto da annullarsi l’uno nell’altro. In questo percorso dalla figurazione all’astratto si potrebbe ipotizzare una progressiva semplificazione dei soggetti affrontati dall’artista, eppure ci rendiamo conto che non vi è semplificazione né riduzione formale, poiché non è il soggetto ad essere rilevante nell’opera di Tiziana Pauletto ma la sua capacità di trasformarsi davanti all’osservatore. L’effetto è quello di un volo aereo. Guardando dall’alto lo spettatore riesce a vedere solamente linee confuse che si intersecano formando disegni imprevedibili, ma avvicinandosi comincia a riconoscere la materia di cui sono fatti tali disegni, allora le linee diventano fiumi, strade che a loro volta delimitano campi o città. A quel punto il disegno unitario che si poteva vedere ad una certa distanza si frammenta in una molteplicità di segni, indipendenti tra loro eppure complementari in una sola composizione. Allo stesso modo le opere di Tiziana Pauletto vivono nell’aggregazione di molti elementi, di luci, di colori, di materie che si rincorrono in un gioco di attrazione e repulsione, di un caos sotterraneo che brulica sotto la superficie dell’opera.”

Caterina Fasolo

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La conclusione del discorso, al centro della foto, da sinistra: Mario Santilli, Caterina Fasolo, Tiziana Pauletto

La strega Alfreda a Pordenone Legge 2009

Copia di fronte

Domenica 20 settembre 2009 ci sarà un appuntamento importante per la strega casara che mi ha catturato non appena ho letto le sue avventure, tanto che non ho saputo dire di no allo scrittore, Renato,  mio omonimo ma nemmeno lontanamente parente (a volte il caso…) e ne ho illistrato la storia. Le 11 illustrazioni sono realizzate in acquerello e carta acquerellata. La presentazione sarà tenuta dalla critica Alessandra Santin. La storia sarà letta e  animata con musiche per chitarra composte ed eseguite dal maestro Fabrizio Furci.  Poi, per chi vorrà,  sarà possibile vedere come nascono le mie “cartine”. Insieme alle tavole esporrò anche una trentina di miei lavori di pittura in acrilico e carta acquarellata che rimarranno in mostra fino al 30 ottobre.