Il Duende e Paolo Barbuio – Portogruaro, febbraio 2012

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   Il portogruarese Paolo Barbuio, ritrattista ed esperto di fotografia industriale di livello internazionale, presenta Duende, un percorso fotografico che coglie alcuni momenti delle esibizioni del gruppo di ballo e musica flamenca “La gitana morena” diretto da Sara Buttignol, che egli segue da tempo.

Il duende incarna la forza espressiva e lo spirito del flamenco. Si potrebbe tradurre in modo piuttosto approssimativo con i termini di “demone”, “spirito” o “folletto” e riferirlo a ciò che in ciascun ambiente e in ogni essere umano è legato alle emozioni più semplici e  primordiali, le più profonde e istintive, tra cui il dolore e la gioia. Il duende è inoltre solitamente associato alla notte, tempo e luogo del mistero e delle angosce, zona in cui l’animo, non confuso dai suoni e dai colori, può scoprirsi e guardarsi: il flamenco opera come  duende sconvolgendo l’intimo, travolgendolo con il suo flusso di dolore e di rabbia fino a condurlo alla catarsi.

Scrive il poeta Garcia Lorca: “Tutto ciò che ha suoni scuri ha duende. Questi suoni oscuri sono il mistero, le radici che affondano nel limo che tutti noi conosciamo, che tutti ignoriamo, ma da dove proviene ciò che è sostanziale nell’arte. Il duende è un potere e non un agire, è un lottare e non un pensare. Ho sentito dire a un vecchio maestro di chitarra: il duende non sta nella gola; il duende sale interiormente dalla pianta dei piedi. Vale a dire che non è questione di facoltà, bensì di autentico estilo vivo; ovvero di sangue…”

E’ la ricerca del duende  nelle forme del flamenco che intriga Paolo Barbuio: il ballo è l’esternazione dell’anima che soffre, che urla e si lamenta.  Gli scatti del portogruarese, infatti, non colgono bellezze stereotipe o pose scontate, pur soffermandosi su mosse tipiche flamenche, ma catturano piuttosto alcuni momenti altamente espressivi dei corpi tesi, dei visi tirati o corrucciati, a volte distorti. D’altronde nel ballo è il corpo che parla, si snoda e si sporge o ruota secondo un impulso segreto e non noto allo spettatore. I piedi seguono linee inafferrabili e le braccia e le mani traiettorie circolari  o diagonali vibranti, sicure e rapide, seguite o bloccate da pause secche. Sono linee che si aprono e si richiudono su di sé in un disegno misterioso, ma coinvolgente.

Per il fotografo l’impresa è impegnativa, perché il flamenco non è solo movimento ma anche voce e musica: baile, cante e toque non prescindono l’uno dall’altro: il lamento, il grido è un tutt’uno di  suono, parola e figura. Alla fotografia rimane la figura.

 Come restituire allora la drammaticità dell’insieme?

Barbuio sceglie il bianco e nero: in questo modo annulla la rumorosità delle tinte sgargianti dei costumi, pulisce la scena dalle interferenze coloristiche dell’ambiente circostante i ballerini e i suonatori. Lascia la narrazione alle forme del corpo e al disegno che esse tessono, dà al pensiero la possibilità di immaginare, crea il silenzio perché si oda la voce uscire dalle bocche alterate e il suono della chitarra stridente e aspro ci raggiunga; l’occhio indovini infine il ritmo delle percussioni dal gesto del ballerino!

Ma ciò che dice dell’arte di Barbuio, della sua idea dell’esistenza, così come esce dal racconto flamenco, è l’inquadratura. Essa è l’impronta di una realtà personale che tradisce il pensiero del fotografo: egli sceglie infatti di ritagliare dal continuum della realtà, in questo caso, dall’evento flamenco nel suo farsi, un certo particolare, una certa mossa, un certo punto di vista.

 Il dettaglio, il gesto, lo sguardo, catturati nello scatto, diventano exemplum di una realtà più vasta, della quale il fotografo dà la sua personale definizione in quanto essi sono stati scelti tra tanti altri frammenti di realtà.

E’ una verità: quella di Paolo Barbuio.  Il flamenco dell’artista portogruarese è quindi la sua visione del flamenco (e forse anche dell’esperienza umana?): si coglie la sofferenza dell’atto nelle espressioni contratte di ballerini e cantanti; rari i momenti di distensione.

Emerge da queste foto un mondo di solitudine e di dolore: anche se in gruppo, gli individui sembrano tra loro lontani, chiusi nel loro urlo, isolati nel mistero dell’ombra “come carbon che fiamma rende” (Dante, Paradiso XIV,52).

Nel mese di gennaio dell’anno 2012                                                                                             Tiziana Pauletto

PAOLA GAMBA il 14 aprile 2012 – Pravisdomini

Baudelaire nel necrologio a Delacroix afferma: “Non si dà in natura né linea né colore. A creare linea e colore è l’uomo. E queste due astrazioni attingono la loro nobiltà in pari grado da una medesima origine…”. In questa frase così dirompente per la cultura del suo tempo, lo scrittore associa linea e colore, cioè i due elementi della pittura astratta, che è quella di Paola Gamba, e li avvicina nella loro distanza dalla natura, anzi sono considerati essi stessi astratti. Il colore assume di per sé una valenza interiore è va guardato in quanto tale, senza riferimenti alle parvenze della realtà concreta. Qui vuole arrivare Paola Gamba, che con un gesto energico, l’occhio alla composizione, lavora sui suoi supporti a terra, girando attorno senza stabilire in primis un alto o un basso, una destra o una sinistra. In questa mostra vediamo soprattutto opere a pennello, le più recenti, variano un percorso, quello per lei agevole e giocoso dei collage, che ormai da un decennio la allontana dal figurativo (non comunque definitivamente abbandonato). L’idea è quella di fornire allo spettatore, attraverso le grandi macchie e i larghi colpi di pennello, intense emozioni coloristiche. Lontano dalle sue intenzioni, anzi direi proprio avulso, ogni proposito di rimandare nelle forme a oggetti o paesaggi. Le emozioni, prodotte dagli scatti obliqui del pennello che si richiudono spesso con un gesto secco e breve o che si slanciano in ampi movimenti di maggior respiro su campiture larghe, sono profonde, spesso laceranti o comunque forti: è pittura che non suggerisce, quanto piuttosto afferma ad alta voce i suoi intenti. La mia simpatia va soprattutto ai lavori in cui il blu domina: essi invitano a addentrarvisi con i sensi prima che col pensiero; qui lo sguardo non incontra ostacoli e si perde come se il colore si sottraesse all’infinito, aprisse un passaggio in cui infilarsi, d’altronde il blu smaterializza, toglie peso a ciò che vi si avvolge: ecco che i gialli, che si fanno verdastri, e i rossi creano compenetrazioni intriganti e affiorano atmosfere suggestive. Sono opere in cui l’impressione emozionale non è immediatamente forte come nelle altre, ma si fa più meditativa. Segnalo infine un altro pregio della pittura di Paola Gamba: l’uso di tinte pensate, cangianti, variate e diverse dai primari e secondari abusati da tanta pittura contemporanea che popola mercati e fiere d’arte. E’ un impatto che non scema al secondo e al terzo sguardo! Tiziana Pauletto

CARLO FONTANELLA il 14 aprile 2012 – PRAVISDOMINI Riflessioni per la presentazione della mostra

Carlo Fontanella ci coinvolge in un gioco di racconti e di rimandi, di ambiguità che rispecchiano non solo l’ambivalenza dell’esistenza individuale, ma anche della attuale società nel suo condurre una vita quotidiana, spesso contraddittoria nei principi stessi che la guidano. Vorrei soffermarmi in primis sull’aspetto esteriore delle opere: lo scultore sceglie una soluzione che sa di pittura nel proporsi in pannelli quadrati di spessore e consistenza simili alle tele Gallery, oggi comunemente adoperate dai pittori, di colore bianco; potremmo invece parlare di altorilievi per quanto le raffigurazioni sporgono dalla superficie del supporto e quindi di scultura. Di fatto però l’effetto della luce radente, tipico già di molta sua produzione, che dà vita e significato alle forme che lo scultore mette in essere, è pittorico nel digradare delle sfumature. Una seconda ambiguità sta nel collocare storie d’oggi in un biancore (non candido) che ci ricorda antichi rilievi consumati dalla pioggia o, in altri casi, geometrie neoclassiche, pulite e nitide, allontanando apparentemente la riflessione in una dimensione ideale, non concreta. Gli oggetti, ben riconoscibili, prendono il volo o comunque non hanno un contatto con la realtà (terra, cielo, pavimento, soffitto): sono sospesi – la libreria è a mezza terra, i libri volano, il pallone è bloccato in un riquadro…- essi acquisiscono valore simbolico, diventano idee. La lontananza dal concreto, e quindi la volontà dichiarata di proporsi come oggetti di pensiero e non come “ritratti della realtà” o manufatti decorativi, viene anche dai titoli, chiave di lettura dell’opera, volutamente coniugati spesso in latino e quindi non immediatamente decifrabili, non oggi almeno e non dalle giovani generazioni, come a dire che il messaggio va cercato: immagine e pensiero devono ulteriormente articolarsi nella mente dello spettatore che non può limitarsi ad una fruizione dell’opera immediatamente estetica o di sensazione. Una dimensione non trascurabile in questi lavori è inoltre il senso del tempo che se da un lato consiste nel tempo utile a “leggere” il racconto, da sinistra a destra o dal di fuori al dentro e viceversa, è anche quello del progressivo mutare della coscienza, del formarsi di un pensiero che in partenza era solo nella mente e nelle intenzioni dell’artista e che poi scivola ed entra nel bagaglio di idee del fruitore. Il passaggio avviene con dolcezza, quasi suggerito dalle forme avvolte dal bianco colore che Kandinskij definiva “una sorta di silenzio che potrebbe essere compreso”.

Tiziana Pauletto

Giulio Belluz, una vita d’artista

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Merik: importante retrospettiva nella sua città natale

Portogruaro dal 19 maggio al 23 giugno 2013 (pubblicato su “Archivio” del mese di giugno 2013)

Domenica 19 maggio, con grande successo di pubblico e di critica, si è inaugurata a Portogruaro, città natale del pittore, la retrospettiva su Merik, Eugenio Enrico Milanese (1937/2010) dal titolo Merik – Opere 1960/2010.

La mostra, che presenta oltre 120 lavori, è articolata su cinque sedi: Galleria “Ai Molini” dove sono esposti Opere dagli anni ’60 agli ’80, Il paesaggio e Le tematiche socioculturali; Municipio – sala delle colonne, in cui è ospitata La produzione astratta dall’89 al 2010; Foyer della magnolia del teatro cittadino “Luigi Russolo” in cui è sviluppato il tema della musica molto caro all’artista, infine Casa Pasquale che contiene una raccolta di disegni.

L’esposizione, a due anni circa dalla scomparsa, è un omaggio al pittore, noto non solo nel territorio del triveneto ma ben conosciuto anche all’estero, che ha partecipato attivamente con la sua opera d’artista e le sue idee alle attività culturali della città e anche al cittadino che spesso ha colloquiato con autorità e giornali sui problemi legati al benessere del territorio.

Si tratta della prima presentazione sistematica della produzione dagli anni ‘60 alla morte, pur con alcune esclusioni tra le quali il filone dell’arte sacra e della ceramica, esemplificata in alcuni pezzi. Si potevano seguire varie direzioni di indagine o di allestimento. Una di queste era quella di concentrarsi unicamente sulla produzione più significativa e lirica di Merik: l’acquerello, in particolare su quei pezzi astratto-geometrici che giocano sull’assenza del colore o su quelli di piccole dimensioni spesso accostati a testi poetici. Si è deciso invece di esplorare tutta la sua produzione pittorica, almeno per una volta, augurandoci  che questa sia la prima di altre iniziative che abbiano lo scopo di restituire un’immagine efficace dell’artista e della complessità della sua natura.

Le opere esposte provengono quasi esclusivamente dalla collezione di famiglia: la presenza massiccia di materiale di buon livello ci ha convinto a fermarci alla casa di Enrico Milanese senza ricorrere alle numerose tele presenti in collezioni private e pubbliche nazionali ed internazionali.

Nel corpus degli oltre cento lavori una parte risulta essere stata premiata a concorsi od ex-tempore o ha partecipato a collettive, altri invece sono inediti. Essi sono stati selezionati nell’ottica di entrare nel mondo delle idee e dei pensieri estetici e negli studi dell’artista: si troveranno quindi anche alcuni pezzi non particolarmente riusciti, tuttavia essi sono esemplificativi di un passaggio e a volte dell’anticipazione di un tema approfondito in anni successivi.

All’interno di ogni sezione tematica non sempre i dipinti appartengono allo stesso periodo, ma talvolta un pezzo precorre di qualche anno una produzione successiva molto nutrita oppure questa viene ripresa più tardi.

Un’altra questione riguarda le tecniche impiegate dall’artista: egli, pur prediligendo l’acquerello, che è presenza costante lungo tutta la sua attività dal 1957 al 2010, utilizza spesso anche olio e acrilico.

Infine un accenno alla personalità di Enrico Milanese: uomo curiosissimo di tutti gli aspetti della realtà, ma particolarmente legato alla cultura storico-religiosa e artistica del territorio e della sua città. Animo facile ad infiammarsi nelle questioni che riguardano politica e società, innamorato della gioventù e, per ciò, attento ai bisogni dei giovani e al loro futuro, ma anche vicino agli anziani dai quali, dice, c’è tutto da imparare.

Melomane appassionato, suonatore di tromba, ama la musica classica e quella popolare, non solo italiana. Viaggiatore col taccuino degli appunti in cui raccoglie spunti per la sua pittura, poco incline a farsi “influenzare” dagli artisti che frequenta e di cui visita le mostre, in quanto sostiene la necessità che ciascun pittore debba trovare “il proprio alfabeto espressivo” o “…il proprio modo di esprimersi: un’originalità in grado di trasmettere attraverso la forma, sentimenti e stato d’animo.” (Eugenio Enrico Milanese, 2006)

 

L’ esposizione

Nell’intento di ricostruire la personalità e la storia umana, oltre che artistica, di Enrico Milanese si è preferito organizzare le opere pittoriche per temi o generi, piuttosto che secondo il classico ordine cronologico, serbando questo criterio per il gruppo di lavori che vanno dagli anni ’60 agli ‘80 e, per quanto possibile, all’interno di ogni sezione tematica. Questa operazione consente al visitatore di rendersi conto dell’incessante lavorio di pensiero di Merik e del riproporsi ciclico di alcuni temi fondamentali nella sua opera e, non ultima, della varietà delle tecniche da lui preferite.

Si è pensato di accostare alle opere del periodo ’60/’80 anche i paesaggi veneto-friulani degli anni successivi per una ragione di continuità con la produzione piuttosto massiccia dei primi venti anni. Le altre sezioni raggruppano il figurativo dal tema a sfondo socioculturale che affronta problemi, purtroppo attuali, con il sorriso dell’ironia e per i quali suggerisce anche soluzioni personalissime, la produzione astratta, da considerarsi quella più lirica e importante, la musica che si presenta in varie soluzioni formali dal figurativo tradizionale ad una scomposizione delle forme che richiama il ritmo e l’andamento delle composizioni musicali, infine il disegno, pratica assidua e costante che accompagna tutta la produzione pittorica come schizzo, appunto o progetto ma che vive di una propria incantevole autonomia nel segno pulito e senza pentimenti della penna stilografica, inseparabile amica dell’artista.

In ogni insieme compaiono generalmente due o tre opere vicine per ambito espressivo o tematico, scelte sulle numerose che spesso coprono più anni di produzione. Alcuni argomenti sono stati trattati dall’artista per brevi ma intensi periodi di lavoro, altri invece sono trasversali all’attività di molti anni.

Tiziana Pauletto

Il catalogo

La mostra è corredata da un catalogo/guida a cura di Tiziana Pauletto. Le 96 pagine, nelle quali si possono ammirare 80 opere a colori, sono organizzate per sezioni anche nella stesura del testo in modo tale che il visitatore possa “leggere” passo passo le opere. La parte iniziale ospita, oltre al tradizionale saluto dell’autorità cittadina, cinque pagine a memoria di cari amici del pittore che rendono un ritratto particolarmente felice di Enrico Milanese. L’apparato finale completa l’approccio all’uomo, oltre che all’artista, con una serie di scritti autografi che portano chi legge dentro le idee di Merik sull’arte e sulla società. Una biografia piuttosto dettagliata, l’elenco delle mostre e dei premi e un’antologia critica scelta tra i numerosi scritti sull’artista chiudono il catalogo. La fotografia è curata da Mario Santilli  e la grafica da Silvia Sarvese.

 

 

Eugenio Enrico Milanese

 

Eugenio Enrico Milanese, in arte Merik, nasce a Portogruaro nel 1937. Il suo ingresso nel mondo delle arti visive come pittore avviene nel 1957 quando viene selezionato per una mostra di giovani pittori veneti dalla Galleria Comunale di Venezia “Bevilacqua La Masa”. La circostanza gli fa conoscere e frequentare numerosi artisti. Negli anni Sessanta soggiorna per un lungo periodo in Svizzera e in Germania inserendosi nell’ambiente artistico dei due paesi. Partecipa quindi a molte collettive e organizza personali in varie città italiane ed estere. Parallelamente raccoglie anche numerosi riconoscimenti in concorsi di pittura nazionali ed esteri e le sue opere vengono acquisite da enti pubblici e privati.

Interviene spesso, con un impegno e successo riconosciuti, nelle manifestazioni culturali della sua città: Festival Internazionale di Musica da Camera di Portogruaro, Fiera di S. Andrea, Estate Musicale. Per questi eventi il pittore realizza illustrazioni di manifesti, stendardi a tema, opere su tela, ceramica, vetro.

La sua opera spazia dalle tecnica dell’olio all’acrilico, all’acquerello, dal vetro alla ceramica e, per quanto riguarda le tematiche, si muove con disinvoltura dal figurativo all’astratto geometrico, dal racconto satirico alla fiaba, dalla musica alla poesia: un particolare percorso è costituito dagli innumerevoli acquarelli associati a poesie di autori italiani e stranieri a lui particolarmente cari, non esclusi i dialettali. Muore nel 2010.

Sedi dell’esposizione

Galleria “Ai Molini” Dagli anni ’60 agli ’80 – Il paesaggio – Le tematiche socioculturali

Municipio, Sala delle colonne  La produzione astratta

Teatro “L. Russolo”, Foyer della magnolia  La musica

Casa Pasquale, Il disegno

 

Il catalogo si può richiedere alla famiglia Milanese

e-mail carlo.milanese@systecdesign.com

Tel. 0421 74348

Prossimi approfondimenti con stralci dal catalogo in queste pagine.

 

 

Luca Pezzotto e il suo Libertare

2011- Conosco Luca quest’estate tramite l’amico Roberto Raschiotto, che mi chiede se posso presentare il suo libro, Il mio Libertare e la sua mostra a S. Lorenzo di Arzene, il 3 agosto: beh, sono iniziate un’amicizia e una collaborazione che ci ha portati poi a Grizzo, Azzano X e qui a gennaio a Pordenone. Luca è un giovane speciale nella sua forza: malato dai 25 anni  di sclerosi multipla, riesce a vivere ogni giorno con gioia e determinazione, ben accompagnato da sua moglie Isa. La sua pittura, non scindibile dal suo credo,  è istintiva e parla di lui in modo immediato!

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Ecco la prima presentazione:
Luca Pezzotto, di Azzano Decimo, presenta qui due sue produzioni: quella pittorica e il  libro intitolato “il mio Libertare”. Quest’ultimo è piccolo, 62 pagine tra scritti e riproduzioni dei suoi quadri, alcuni dei quali qui esposti, ma importante. Esso spiega e racconta Luca nella sua vita attuale e contiene una vera e propria lezione di vita. Se vogliamo è una lettura facile, perché scritta con un linguaggio colloquiale, con uno stile diretto, ma allo stesso tempo impegnativa per le nostre emozioni e soprattutto mette in moto più di una  riflessione sulla qualità della vita.
Credo che il contenuto del libro sia una successione sorprendente di espressioni di un io che ha trovato ben presto le vere  ragioni dell’esistenza.
Veniamo alla pittura di Luca Pezzotto: la mostra è strutturata in una sorta di percorso stabilito. Inizia da una situazione di confusione disperata, scaturita alla notizia della malattia,  sclerosi multipla, passa per l’accettazione della realtà ed approda alla certezza della gioia, una gioia di vivere che si fa strada, pulsa, si impone sulla sofferenza.
La pittura di Luca è drammatica, non nel senso più comune del termine, cioè dolorosa ma nell’etimo greco antico, drama = azione. Certo non è indenne dalla sofferenza, che è segnalata dai bagliori rossi, che indicano secondo una simbologia istintiva ma anche storica la rottura, il sangue, il dolore e per contro però sono anche passione, amore.
Parlo di dramma perché quella di Pezzotto è una pittura di gesto, di movimento. La materia, malta e acrilico è stesa a colpi di spatola, rigata, graffiata, colpita da punte. Volutamente  fa spessore, si increspa, esce dalla superficie della tela, va verso chi guarda, e la luce sfiorando le pieghe accentua il movimento. Il colore è denso, saturo, va per accostamenti di caldi (dal giallo fino al rosso) colori delle emozioni forti  ai freddi (verdi e blu) colori della natura e del cielo, creando contrasti armonici che esprimono una grande vitalità, e anche gioia.
Questo è il messaggio da raccogliere: la vita va vissuta pienamente e non in modo passivo, va presa nel suo fluire cogliendone il positivo. Termino raccontandovi un episodio se vogliamo banale ma secondo me esemplificativo: qualche giorno fa ho parlato con Luca delle cornici dei suoi quadri criticandone la pesantezza, Lui mi risponde: “ Ho affidato i miei quadri al corniciaio chiedendogli delle cornici che esaltino il dipinto.” Gli rispondo: sono troppo appariscenti, troppo grosse, insomma si vede la cornice più che il quadro.
Lui, un po’ deluso,  a sua volta aggiunge: “ e non sai quanto sono costate…”
Non ci siamo accorti che parlando di cornici in fondo discutevamo di valori, quei valori che Luca ben conosce quando nel suo libro parla della malattia invalidante che toglie le forze e rende una persona non più valida per il modo odierno perché non efficiente fisicamente…
Spesso noi ci fermiamo alla cornice e perdiamo di vista quello che dobbiamo guardare e che vale veramente, il quadro. non facciamolo!

Alberto Pasqual e Walter Zaramella a Gruaro il 3 settembre 2011

Ecco di seguito la mia presentazione alla mostra dei due validi artisti e qualche foto delle opere. le foto sono di Mario Santilli

ALBERTO PASQUAL GRUARO 2011

Spesso oggi lo scultore che sceglie il metallo, in particolare ferro o acciaio,  compone le sue opere per assemblaggio, utilizzando parti d’oggetti o facendo produrre manufatti appositamente studiati: è l’arte del NON FARE, il NOT MAKING; in poche parole lo scultore è regista e progettista di un’opera che fa realizzare a chi è più bravo di lui nella tecnica della lavorazione del metallo. Non è così Alberto Pasqual che pur ha sperimentato la condizione di esecutore e compartecipe di un progetto, quello del monumento a Marco Pantani che si trova sulla salita del Montirolo in Valtellina, progettato da Michele Biz e Alessandro Broggio.

L’artista sacilese disegna e realizza le sue opere, attualmente e principalmente in ferro (ma lavora anche bronzo e terra), avvalendosi delle sue ottime competenze tecnico-esecutive legate alla professione che svolge: il fabbro.

Se si guarda la produzione artistica dal medioevo ad oggi, sono rari gli scultori che hanno scelto il ferro come materiale per esprimersi, tanto che esso, classificato nelle arti minori come “ferro battuto”,  dal XII secolo è stato utilizzato soprattutto per inferriate e cancelli fino alle decorazioni liberty,  e sono pochissimi i contemporanei cimentatisi nella scultura in ferro a tutto tondo. La ragione potrebbe essere legata  al suo peso che ne limita la manovrabilità, alla tendenza ad arrugginirsi, o forse, più probabilmente, alle difficoltà di lavorazione.

Uno dei valori aggiunti delle sculture di Pasqual sta nel mettersi alla prova con una materia non canonica e nel farla uscire con successo dagli usi consueti, sfruttando il fuoco per plasmare, modellare, tagliare, squarciare  il blocco come fosse materia docile, quasi una plastilina su cui un dito o un ferro deciso si imprime e scivola.

I pezzi di Pasqual si impongono per una potenza aspra, d’impatto tattile, e fanno scaturire sensazioni e ricordi di fucine, di sudore e visioni di fuoco.

Ed è proprio col fuoco che l’artista lavora  incidendo profondamente il blocco, che si articola in fessure profonde le quali aprono variamente, ma per lo più in linea retta, i volumi. Non si può certamente definire di superficie questa scultura! Lo scultore sacilese non fa parte di quella schiera di artisti che, alla ricerca della leggerezza, riducono il metallo in sottili lamine o fogli svolazzanti: egli lavora sullo slancio in verticale, sul longilineo, mi riferisco in particolare ai guerrieri, rispettando la fierezza  del ferro e agisce sulla sua massa, ma non toglie sostanza. Le sue figure, guerrieri o parallepipedi, sezioni di sfera, ecc. interagiscono energicamente con lo spazio circostante, fendono l’aria, la sferzano anche quando predomina lo sviluppo in altezza: essi si mostrano allo spettatore come monoliti forati e consumati dall’erosione di acqua e vento, come certi calcari carsici, metafore di una lotta strenua per la vita, riparati a malapena dal loro scudo e sprovvisti di elmo, privi  (o privati?) spesso degli arti, essenziali nel loro significato di resistenza.

Un filo robusto lega due produzioni apparentemente distanti, quella figurativa degli anni passati e quella geometrizzante “astratta” attuale, che è a mio parere, senza nulla togliere alla precedente, valida e comunicativa, molto più personale e intrigante: l’idea della guerra, e per contrasto  della vita, intesa come battaglia perla sopravvivenza. Ipezzi e i guerrieri sembrano la risultanza di uno scontro titanico, superstiti di una civiltà futura sconvolta i primi, quasi personaggi mitologici i secondi.

E’ un impatto che provoca lacerazioni, è la visione di ferite che lasciano guardare oltre i corpi squassati,  a volte il taglio si fa foro, oppure sono squarci che si rimarginano lasciando scanalature e abrasioni che articolano superfici lucide. Ne vengono effetti di bagliori e oscurità, di chiaroscuro accentuato che amplificano la drammaticità.

I tagli e le ferite quindi sono la sostanza, la parte ineludibile,  integrante e complementare, delle geometrie pulite di parallelepipedi e di cerchi, dallo scudo del guerriero alla sezione di sfera, come a dire che la nostra esistenza è insieme tranquillità e inquietudine, sistema e ribellione, sofferenza e serenità, unione e spaccatura.

Infine il colore: siamo abituati all’effetto delle terre e del bronzo, ma il nero del ferro, e la ruggine che assume varie sfumature, sono suggestivi; in particolare il nero, o l’effetto ematite nelle sculture lucidate, è potente, conferisce  ulteriore vigore  che produce uno scuotimento interiore, ben oltre i significati metaforico-simbolici, pur importanti, che l’artista dà ai suoi lavori.

Gruaro 3 settembre 2011                                                                   Tiziana Pauletto

WALTER ZARAMELLA GRUARO 3 SETTEMBRE 2011

Grigi colorati, bruni e ocre incontrano blu e azzurri cielo, fasce dalle campiture marezzate dischiudono nel loro cuore una figurazione apparentemente accennata: agglomerati di case, portoni di vecchie officine ormai dismesse, panni stesi sopra strette vie di borghi popolari, alberi maestosi ben ramificati, trattati a pennello e spatola. La zona centrale di ogni dipinto, nelle sue forme inizialmente non percepite come tali, ma come sensazioni di colore, affiora gradualmente alla consapevolezza dello sguardo, grazie alle tinte progressivamente più chiare dello sfondo. I bianchi, a volte lievemente colorati, altre volte candidi,  ben dosati e spesso trasparenti,  illuminanola scena. Lineeaccennate  da un pennello veloce e ripartizioni geometriche non invadenti disciplinano una materia informale. La generale predilezione per un andamento orizzontale dispone, assieme a tinte mai eccessivamente urlate, alla tranquillità e alla riflessione.

Un sussulto si  accenna quando l’occhio si approssima al centro più dinamico e costruito con  zone di colore sfrangiate e colpi di pennello o spatola o rullo,  che muovono la superficie fino a placarsi nelle zone marginali del quadro.

L’oggetto, che è argomento di ogni opera, si presenta quindi come un fantasma, una apparizione sfuggente all’occhio, ma forte e intensa che trattiene la visione e costringe l’osservazione ad una penetrazione progressiva, che suscita e porta in superficie emozioni o immagini a volte sepolte nel profondo.

Esse  emergono dal flusso ininterrotto dei ricordi, spesso vaghi e inafferrabili: è un portone di officina dove si riparavano le biciclette che ci riporta al lavoro d’artigiano che vi si svolgeva e al rapporto personale diretto tra  proprietario del mezzo e  meccanico. E quasi sentiamo i rumori, respiriamo l’odore di copertone, d’olio minerale, ci immaginiamo le parole e i discorsi sull’ultima partita della squadra locale, o sul maltempo ecc. che immancabilmente coinvolgevano i due, oppure sono lenzuola stese che ci recano voci di donne, e via così, fino ad alberi maestosi sotto i quali molti di noi hanno riposato, rievocanti una natura goduta e godibile… Insomma la nostra immaginazione viene catturata dai luoghi o dagli oggetti ricreati dal pennello di Zaramella e viaggia aiutata proprio da quelle figure accennate che non la obbligano in forme nette, guidata nelle sensazioni dalle pennellate e dalle spatolate che cancellano ciò che prima c’era. Il nostro è un viaggio libero, ciascuno con i propri personali ricordi e sensazioni, ciascuno nel suo microcosmo interiore, eppure comune a tutti nelle esperienze.

E’ un mondo lontano, sì, lontano nel tempo reale, ma vivissimo nella nostra mente, lirico nel suo presentarsi e modesto, quotidiano nella sua sostanza e perciò ci raggiunge.

Così come è carico di emozioni per l’artista, che ripercorre la sua infanzia, altrettanto importante è per noi in quanto ci riporta a un passato di rapporti umani semplici, veri e cordiali.

Non favole fanciullesche quelle di Zaramella, nemmeno dolciastre e inautentiche commemorazioni: lo dimostra il fatto che nella recente produzione vi siano riprese dall’alto di città moderne e navi all’attracco, testimoni dell’interesse per il contemporaneo e del sentirsi cittadino del mondo attuale.  Potremmo definire queste opere  “paesaggi della memoria e dell’inconscio”: essi scaturiscono credo dalla necessità condivisibile di fissare un passato o un ambiente, quando tratta della natura, sentito più autentico di quello in cui molti di noi vivono, ricreato nella certezza che pur essendo inafferrabile non può essere perduto.

Una situazione simile ma diversa, a mio parere, nei contenuti concettuali, si ricrea in alcuni lavori recentissimi in cui l’impressione visiva è che tutto si muova molto velocemente e fugga da noi come se la dimensione temporale fosse accelerata e ci trovassimo a carpire di quel che passa solo alcune vestigia, in un tentativo improbabile di fermo-immagine. Questi paesaggi ci calano nell’attualità dai ritmi accelerati, che non consente di vivere profondamente ma costringe alla superficie. E’ un percorso appena iniziato, preludio di un ulteriore passo verso la pittura astratta e in direzione di nuove dimensioni di pensiero? Attendiamo con curiosità gli sviluppi.

Gruaro 3 settembre 2011