FRICHE VIRTUEL 17 novembre 2018- 3 febbraio 2019

Friche Virtuel

La Terra sta attraversando un periodo di intense trasformazioni tecno-scientifiche. Se non viene individuato un rimedio, lo squilibrio ecologico che tutto questo ha generato finirà per minacciare la continuità della vita sulla superficie del pianeta. “

Con queste parole, il filosofo francese Felix Guattari,in prossimità del secondo millennio, faceva riferimento a un problema che, nell’ultimo decennio, è divenuto tristemente comune: una crisi diffusa, non soltanto economica, ma sociale, migratoria, climatica, epistemologica. Già a partire dalla fine degli anni ’90, l’idea che fossimo prossimi a una specie di apocalisse si era fatta strada nell’immaginario comune con film, romanzi, album musicali, videogiochi e, oggi, il linguaggio della crisi è divenuto parte integrante delle nostre vite.
L’idea di un’apocalisse, della fine del mondo, non è nuova: ogni grande momento di cambiamento si accompagna alla percezione di un disorientamento diffuso che, però, questa volta ci riguarda non soltanto come individui, ma come specie.
Felix Guattari parla di una crisi nella relazione tra il soggetto e la sua esteriorità, cioè quello che lo circonda: si tratti di animali, piante o dell’idea stessa del mondo e del cosmo, il rapporto tra l’essere umano e queste entità si è rotto. Di fronte alla crisi, alla trasformazione radicale del nostro habitat, stiamo regredendo, stiamo implodendo, chiudendoci in noi stessi come un animale impaurito intrappolato in un angolo.
Le autorità e i movimenti politici appaiono incapaci di cogliere le conseguenze di questa situazione e, secondo Guattari, soltanto una nuova società, una nuova articolazione di etica e politica può venirci in aiuto. È in questo senso che il pensatore francese conia il termine di ecosofia, una combinazione di ecologia e filosofia che ha la possibilità di fornirci una via d’uscita da questa impasse perché combina le relazioni sociali, la soggettività umana e l’ambiente.

La tesi che sottende l’idea di una ecosofia è semplice: è soltanto se riacquistiamo la capacità di pensarci nel contesto dell’ambiente in cui viviamo che possiamo sperare di raddrizzare il timone di questo mondo alla deriva.
Eppure, nella sua semplicità, si tratta di una presa di coscienza rivoluzionaria, non tanto per la sua novità, ma perché richiede una vera e propria rivoluzione copernicana. Come Copernico, dimostrando che il centro del sistema solare non era il nostro pianeta, ma il Sole, così noi siamo chiamati a un vero e proprio atto di dislocamento. Se, dal Rinascimento, con la sua idea dell’homo faber, attraverso Cartesio e il suo cogito ergo sum, passando per Kant, Hegel e la grande saga del modernismo, ci siamo sempre pensati come i protagonisti sul palco della storia, con il paesaggio come sfondo, dobbiamo fare un passo indietro e chiamare sulla ribalta tutto quello che finora abbiamo sempre pensato come semplice scenografia.
È un gesto di umiltà, ma fondamentale.
È un dato di fatto che non siamo più capaci di dare un significato agli eventi che ci circondano (si sente spesso dire che gli attuali progressi tecnologici e, più tristemente, i disastri ambientali a cui assistiamo sempre più spesso, non sembrano veri. Che sembra tutto uscito da un film di fantascienza).

E non è un caso, perché il significato delle cose è sempre una questione di contesto. La vita è costruita su significati, fini e aspettative. Ogni organismo ha delle aspettative e, al tempo stesso, è un’aspettativa di quei sistemi ecologici di cui è parte integrante come agente e agito. Ci sono moltissimi modi in cui nutriamo aspettative, sia mentali che biologici. Tuttavia, aspettarsi qualcosa, significa essere in relazione con qualcosa.
In questo senso, Donna Haraway, una delle più importanti teoriche contemporanee, cita un termine: thoughtlessness, che in italiano potremmo tradurre imperfettamente come “assenza di pensiero”. Questa parola, inizialmente usata da Anna Arendt per riferirsi ai gerarchi nazisti, spiegava il paradosso per cui, nonostante le atrocità che comandavano, non sembrassero minimamente turbati. La loro era una condizione psichiatrica, un vero e proprio dissociamento dalla realtà, che ha luogo quando non siamo più capaci di pensarci all’interno del contesto. Donna Haraway attualizza questa idea, riferendola all’umanità nella sua interezza, una specie che negli ultimi secoli ha costruito attorno a sé un vero e proprio edificio concettuale con cui si è distaccata dalla natura (creando il suo alter-ego, la cultura), idealizzandola, astraendola e infine trasformandola in una serie di risorse, da controllare, mappare e sfruttare, elevandosi al di sopra di essa. Nel momento in cui la natura diventa una cosa, il nostro rapporto con essa si rompe e l’equilibrio delicatissimo che permette la vita sulla Terra entra in crisi. Donna Haraway ci invita a riappropriarci del pensiero, a sforzarci di contestualizzarci, perché, in fin dei conti, siamo forme di vita come tutte le altre.
Sia Felix Guattari che Donna Haraway, tra le righe, ci invitano a prenderci le nostre responsabilità: entrambi gli autori ereditano dall’ecologia la tradizionale preoccupazione per le specie biologiche e la biosfera, ma comprendono che, ad essere in crisi sono anche quelle che Guattari chiama le “specie incorporee”, come la musica, l’arte, la cultura. Ad essere in crisi, in altre parole, è una vera e propria ecologia mentale.
Reinventare le nostre pratiche sociali, le coordinate del nostro stare al mondo, diventano allora imperativi per la nostra sopravvivenza e per il futuro di tutta la vita sul pianeta, per gli animali e le piante e ugualmente per le specie incorporee come la musica, l’amore e la compassione per gli altri.
Il passo più difficile nel pervenire a questo cambiamento di mentalità è spesso identificato nella quasi impossibilità di riuscire a guardare il presente per quello che è, a farci un’immagine di esso. Ogni rappresentazione ci sembra incompleta oppure i filtri con cui viene visualizzato lo distorcono – pensiamo soltanto a come l’idea di una natura vergine o incontaminata popoli ancora il mondo della pubblicità e non solo.

Ed è a questo punto che entra in gioco una figura il cui pensiero si ritrova largamente in questa mostra: il paesaggista e scrittore francese Gilles Clement.
Secondo lui, l’apparizione dell’ecologia come disciplina è un avvenimento senza precedenti nel rapporto storico dell’uomo con la natura, perché introduce la finitezza. La preoccupazione dell’ecologia per la biosfera nasce dalla coscienza che la terra come territorio riservato alla vita è uno spazio chiuso, finito. Una specie di giardino, un po’ particolare.
Non è un caso che il titolo della mostra, friche virtuel, riprenda un concetto ampiamente esplorato da Gilles Clement.
Friche è un termine francese che non trova corrispondenza in italiano: possiamo tradurlo, seppur parzialmente, con “incolto”, “area dismessa”. L’inglese a questi due significati aggiunge “wasteland”, terra desolata, e “wilderness”, un ambiente naturale che non è stato significativamente modificato dall’attività umana. La friche è un terreno che è stato lavorato dall’uomo e poi abbandonato, non è in nessun modo una terra vergine. È un luogo segnato da un’imperfezione originaria: esclude immediatamente l’idea di natura, trattandosi di un paesaggio pesantemente toccato dalla mano dell’uomo, e allo stesso tempo è abbandonato a se stesso, escluso da qualunque processo produttivo. In questo senso, la friche è uno spazio pieno di opportunità, perché questi spazi dimenticati, bistrattati, dove la natura si riprende sgraziatamente dai traumi inferti dall’uomo, è, secondo Clement, il luogo che riesce a farci intravedere il giardino planetario, la Terra, per quello che è. È non soltanto un invito a vedere ciò che solitamente cade ai margini del nostro sguardo e, di conseguenza diventa invisibile, ma a osservare con attenzione i processi che vi hanno luogo, prendendo questi luoghi come un’occasione unica per rieducare il nostro sguardo e la nostra mentalità.

Il percorso della mostra si articola in quattro sale, ciascuna delle quali presenta un gruppo di opere che affronta un tema specifico, simulando un processo dello sguardo e della coscienza che si muove dalla morte per ritornare alla vita, che dall’epifania di un futuro prossimo si confronta col passato e si apre a un diverso rapporto con l’ambiente che la circonda.

1. Tanatocenosi – monotipi/plasticrete e olio

Si comincia nella penombra, una semi-oscurità in cui l’artista ci porta e dove siamo messi a confronto con la lunga durata del tempo geologico. La prima sala, infatti, è denominata Tanatocenosi, il termine con cui si indicano i fossili presenti in un sito di scavo. E alle pareti troviamo infatti delle composizioni che richiamano sezioni di terreno e rocce su cui sono impresse le sagome di esseri viventi o dei loro resti. Impressioni causate dall’azione del tempo, quelli che in inglese si definiscono death assemblages, assemblaggi di morte. Sono composizioni dettate dal caso, dalla pressione, dagli agenti atmosferici e dai movimenti tettonici.
Eppure, se prestiamo attenzione, ciò che abbiamo davanti agli occhi non sono fossili, ma forme di vita che popolano la nostra quotidianità. La Tanatocenosi che mette in scena l’artista è infatti quella che si presenterà agli occhi di un’ipotetica umanità del futuro, lontana milioni di anni da noi. Ogni immagine contiene i fossili di un paesaggio caro all’autrice, quello della Carnia, una regione oggi brutalmente sfigurata dai disastri ambientali e che per quarant’anni ha rappresentato un paesaggio che l’artista ha esplorato e con il quale è entrata in intima sintonia.
Queste opere sono dunque al tempo stesso un augurio e un’immagine di una catastrofe che sembra minacciarci da vicino, interpretata esteticamente per generare due principali interrogativi: il primo è riguardo alle cause di questi sedimenti; il secondo, invece, riguarda la loro bellezza e compie il primo passo verso quella rivoluzione di cui parlavo sopra. Ci porta a chiederci se e quando finisce la nostra idea di autorialità, se l’autore è una nostra pretesa. La produzione di immagini non è una prerogativa umana, come hanno dimostrato la biologia e la storia dell’arte, e in queste composizione ambigue, a metà tra un ritrovamento paleontologico e un bassorilievo/dipinto astratto, ci troviamo a mettere in discussione non solo la nostra posizione nel mondo, ma i confini stessi dell’arte.
La prima sala mira dunque a creare un paradosso temporale, mettendoci nei panni di un Ebenezer Scrooge, il personaggio principale del Canto di Natale di Charles Dickens. Scrooge, un avaro misantropo che, poco prima di andare a letto la notte della vigilia di Natale, viene visitato dal fantasma del suo vecchio socio in affari, il quale lo porta in un viaggio mostrandogli la miseria della vita dei suoi dipendenti e lo ammonisce a non continuare su questa strada per non ritrovarsi, come il fantasma, a vagare per sempre sulla terra afflitto dalle pesanti catene del proprio rimorso. Durante la notte, Scrooge sarà visitato dai fantasmi del Natale passato, del Natale presente e di quello futuro, ed è quest’ultimo il più spaventoso, perché mostra al protagonista le conseguenze delle sue azioni, compresa, la più tremenda, cioè il suo decesso.
Il Canto di Natale è un racconto di redenzione. Infatti, come è ben noto, Scrooge dopo essere stato visitato dai fantasmi si redimerà e inizierà a fare del bene.
La prima stanza, fa lo stesso con noi. Ci mette di fronte a uno scenario futuro, dove ciò che rimarrà di noi sono tecnofossili, nature morte di organismi e rifiuti della nostra attività, legati inestricabilmente.

2. Epifanie – acrilici e carta acquarellata

Nella seconda sala emergiamo alla luce.
Se nella stanza precedente ci siamo trovati proiettati in una visione del futuro dove siamo stati messi a confronto con le rovine fossilizzate del nostro intimo passato, ora ci accoglie un limbo, abitato da epifanie, spettri che emergono dai meandri della memoria.
Negli anni ’90, il filosofo francese Jacques Derrida: hauntology, una fusione del verbo tu haunt (perseguitare) e ontology (ontologia), per riferirsi al presente. Secondo lui, la percezione del presente era alterata e rimpiazzata da un continuo rinvio, ben rappresentato dalla figura del fantasma: ciò che non è né presente né assente, che non è vivo né morto. Questa idea è stata ripresa nel decennio successivo da una serie di pensatori per riferirsi al paradosso della cultura contemporanea che persiste nel riciclare estetiche e forme sociali del passato. Incapace di fuggirle, non è in grado di afferrare il presente e concepire il futuro.

La delicatezza di queste tele, dove si combinano frammenti di carta acquerellata, acquarello e acrilico, ci rimanda alla fragilità della memoria e delle creature che la popolano.
Le sagome che affiorano dalla luminosità degli sfondi, una sorta di abbagliante foschia che cancella l’orizzonte, sono simulacri di alberi. Profili quasi monocromi, spogli, con pochissimi rami protesi verso l’alto. Sono alberi soli, che sembrano sopravvissuti a una catastrofe naturale o meno, come gli scheletri di alberi che compaiono nelle fotografie di Hiroshima e Nagasaki dopo l’esplosione della bomba atomica. Come prima, anche qui il giudizio è lasciato al visitatore: potrebbero essere state le intemperie a ridurli così o un indiscriminato potatore, un crudele giardiniere.
Se la prima sala ci aveva posto di fronte a un interrogativo sul nostro destino come specie e sui confini dell’arte, quindi anche sul senso stesso della pratica artistica e dell’eredità artistica, le opere qui esposte evidenziano invece un’assenza, quella dell’uomo. Eppure, anche se non lo vediamo, lo percepiamo. È una sorta di spettro, uno spettro del passato, che continua a perseguitarci.

3. Piante pioniere – sculture in plasticrete

È salendo al piano superiore che, come se il movimento fisico nell’edificio si accompagnasse a un processo di catarsi, riusciamo a intravedere una via d’uscita.
Le prime due sale hanno contribuito alla costruzione di un immaginario del presente e del passato, delineando un ambiente abbandonato, al limite, un luogo ingrato e inospitale, dove la contemplazione del paesaggio diventa un atto difficile.
Ora, sempre con un atto speculativo che vuole produrre delle metafore per azionare un ragionamento sulla realtà, l’artista ci presenta delle nuove specie vegetali, una serie di sculture che descrivono quelle che Gilles Clement chiama “piante pioniere”. La friche, questo terreno incolto, usato e poi abbandonato, questa terra desolata dimenticata dall’uomo è un ambiente dove solo poche specie vegetali riescono inizialmente ad attecchire. Eppure, sebbene queste piante, vere e proprie pioniere, siano la principale specie di questo durissimo habitat, al di fuori di esso muoiono. Le piante pioniere, protagoniste della friche, sono sempre in movimento, perché l’unico luogo che possono abitare è la frontiera in costante spostamento della friche.
L’artista ricostruisce un ipotetico bosco, popolato da diverse specie ibride, che richiamano le felci preistoriche o rami arcuati da cui spuntano i frutti, forme vegetali realizzate con materiali cementizi, acrilici e vernici nanotecnologiche. Forme di vita cyborg, che portano forse alle estreme conseguenze l’idea di Gilles Clement di brassage planetaire, una mescolanza planetaria intra e interspecie, dove ogni incontro è un arricchimento e una possibilità. Sono al tempo stesso piante e il ricordo delle piante, abitanti di un mondo nuovo, dove la vita ha trovato un nuovo compromesso per ricominciare.

4. Friche virtuel – prato fiorito adimensionale/ambiente immersivo

Le tempere su carta dell’ultima sala, allestite su ogni parete per creare uno spazio immersivo, chiudono il percorso espositivo. In quest’ultimo spazio, l’artista, ha allestito un luogo di riflessione. L’esplosione floreale che ci circonda non è soltanto una visione pacificante, ma anche un ennesimo luogo dell’assenza. Se da un lato ci troviamo a godere di nuovo della molteplicità e della diversità di forme e colori di un prato fiorito (e forse non accade perché il nostro sguardo è cambiato?).
I fiori sono anche metafore delle domande che questa stanza è progettata per far nascere: siamo ancora in grado di oziare, prendere le distanze dalle nostre vite ed avvicinarci agli altri, di qualsiasi specie essi siano? Siamo ancora in grado di guardare, con attenzione quello che ci circonda? Vogliamo dedicarci del tempo per salvare quella sottile pellicola che avvolge la terra ed è la nostra casa?
Sedersi assieme sul tappeto in questa stanza è il punto di partenza per un viaggio del pensiero, un momento costruttivo. Sedersi assieme perché la friche è uno spazio accogliente, inclusivo. Essa accoglie e include tutto ciò che il controllo dell’uomo esclude, tutte le specie viventi escluse dal giardino razionale del sistema capitalista. La friche accoglie tutto quello che spaventa l’uomo, tutto quello che sfugge al controllo e, pertanto, va eliminato. La friche è un luogo per esseri vagabondi, preziosi. Esseri passeggeri, come noi, su questo pianeta.
A partire da alcuni spunti forniti dall’autrice, testi di Gilles Clement, T.J. Demos, …, siamo invitati a dialogare e prendere posizione. Utopia o possibilità? Forse la nostra responsabilità verso le generazioni che verranno ci fornisce già la risposta.

Casa Gaia da Camino, Portobuffolè 17 novembre 2018 Simone Santilli

Giulio Belluz, una vita d’artista

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Luca Pezzotto e il suo Libertare

2011- Conosco Luca quest’estate tramite l’amico Roberto Raschiotto, che mi chiede se posso presentare il suo libro, Il mio Libertare e la sua mostra a S. Lorenzo di Arzene, il 3 agosto: beh, sono iniziate un’amicizia e una collaborazione che ci ha portati poi a Grizzo, Azzano X e qui a gennaio a Pordenone. Luca è un giovane speciale nella sua forza: malato dai 25 anni  di sclerosi multipla, riesce a vivere ogni giorno con gioia e determinazione, ben accompagnato da sua moglie Isa. La sua pittura, non scindibile dal suo credo,  è istintiva e parla di lui in modo immediato!

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Ecco la prima presentazione:
Luca Pezzotto, di Azzano Decimo, presenta qui due sue produzioni: quella pittorica e il  libro intitolato “il mio Libertare”. Quest’ultimo è piccolo, 62 pagine tra scritti e riproduzioni dei suoi quadri, alcuni dei quali qui esposti, ma importante. Esso spiega e racconta Luca nella sua vita attuale e contiene una vera e propria lezione di vita. Se vogliamo è una lettura facile, perché scritta con un linguaggio colloquiale, con uno stile diretto, ma allo stesso tempo impegnativa per le nostre emozioni e soprattutto mette in moto più di una  riflessione sulla qualità della vita.
Credo che il contenuto del libro sia una successione sorprendente di espressioni di un io che ha trovato ben presto le vere  ragioni dell’esistenza.
Veniamo alla pittura di Luca Pezzotto: la mostra è strutturata in una sorta di percorso stabilito. Inizia da una situazione di confusione disperata, scaturita alla notizia della malattia,  sclerosi multipla, passa per l’accettazione della realtà ed approda alla certezza della gioia, una gioia di vivere che si fa strada, pulsa, si impone sulla sofferenza.
La pittura di Luca è drammatica, non nel senso più comune del termine, cioè dolorosa ma nell’etimo greco antico, drama = azione. Certo non è indenne dalla sofferenza, che è segnalata dai bagliori rossi, che indicano secondo una simbologia istintiva ma anche storica la rottura, il sangue, il dolore e per contro però sono anche passione, amore.
Parlo di dramma perché quella di Pezzotto è una pittura di gesto, di movimento. La materia, malta e acrilico è stesa a colpi di spatola, rigata, graffiata, colpita da punte. Volutamente  fa spessore, si increspa, esce dalla superficie della tela, va verso chi guarda, e la luce sfiorando le pieghe accentua il movimento. Il colore è denso, saturo, va per accostamenti di caldi (dal giallo fino al rosso) colori delle emozioni forti  ai freddi (verdi e blu) colori della natura e del cielo, creando contrasti armonici che esprimono una grande vitalità, e anche gioia.
Questo è il messaggio da raccogliere: la vita va vissuta pienamente e non in modo passivo, va presa nel suo fluire cogliendone il positivo. Termino raccontandovi un episodio se vogliamo banale ma secondo me esemplificativo: qualche giorno fa ho parlato con Luca delle cornici dei suoi quadri criticandone la pesantezza, Lui mi risponde: “ Ho affidato i miei quadri al corniciaio chiedendogli delle cornici che esaltino il dipinto.” Gli rispondo: sono troppo appariscenti, troppo grosse, insomma si vede la cornice più che il quadro.
Lui, un po’ deluso,  a sua volta aggiunge: “ e non sai quanto sono costate…”
Non ci siamo accorti che parlando di cornici in fondo discutevamo di valori, quei valori che Luca ben conosce quando nel suo libro parla della malattia invalidante che toglie le forze e rende una persona non più valida per il modo odierno perché non efficiente fisicamente…
Spesso noi ci fermiamo alla cornice e perdiamo di vista quello che dobbiamo guardare e che vale veramente, il quadro. non facciamolo!

DI SEGNO FAMILIARE – Limana (BL) 15/29 ottobre 2011

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Questa volta abbiamo esposto in tre, il maestro Mario Pauletto, ovvero mio padre, io e Simone, il mio primogenito, nelle belle sale travate e sorrette da colonne antiche in pietra del palazzo municipale di Limana, ridente paese del bellunese, noto per la sua fiera del miele.
Papà ha portato una serie di monotipi dal 1960 ad oggi (a proposito, tra febbraio e marzo, sarà stampato il suo manuale sul monotipo, credo opera unica in Italia, con 100 schede operative), io invece in una sala ho esposto alcuni muri in cui il  colore  si ispira alla musica e dei “bianchi sfiorati da ombre”, e in un’altra gli Omaggi a Michelangelo; Simone infine ha coniugato testi e fotografia in un gioco di allusioni non immediato, ma intrigante: per saperne di più visitate il suo sito, credo ne parli.
Ecco alcune immagini della mostra presentata da Giulio Gasparotti.
I QUADRI IN DETTAGLIO SONO NELL’ARTICOLO ACRILICI 2011 – vedi categoria acrilici 2010/2011

TRAME – Galleria Comunale G.T.Kennedy di Prata di Pordenone luglio 2010

Ecco alcune immagini. L’abbinamento dei miei muri con le opere di Francesca Sist che fa un pachtwork fuori schema è riuscita. Per quanto mi riguarda ho esposto una serie di muri e il primo Omaggio a Michelangelo, che troverà ulteriore sviluppo nella mostra di Limana dell’ottobre 2011.

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La mostra è stata presentata da me e rallegrata dalle musiche del quintetto  Il Fondaco Sonoro.

Di seguito l’apparato critico.

TRAME

Trame e orditi svelati da fili in libertà  o racconti sussurrati da muri abbandonati

Questa mostra nasce grazie ad un reciproco apprezzamento tra le due artiste che operano per certi versi in modo simile, anche se con materiali diversi, i quali presuppongono ovviamente tecniche di lavorazione proprie.

FRANCESCA SIST

Sonia Delaunay, importante creatrice di tessuti, i cui disegni erano talmente apprezzati a Parigi da suscitare la gelosia del marito, il più famoso Robert, pittore cubista,  ebbe a  dire : “C’è un’ingiustizia flagrante fra noi due, io sono stata classificata nelle arti decorative e non hanno voluto ammettere che  fossi una pittrice in ogni senso.”

Francesca Sist si occupa di tessuto, meglio di pachtwork, ma non per questo si deve considerare il suo lavoro qualcosa di strettamente “artigianale” o di prettamente femminile. Indubbiamente il patchwork si colloca in un ambito creativo di tipo artigianale, in quanto necessita di abilità pratiche specifiche, ma in quale arte ci si può cimentare se non si è abili nella sua tecnica? Eppure questa pratica, soprattutto se esercitata alla maniera di Francesca, cioè con modalità non tradizionali e non hobbistiche, può produrre arte.
 Facciamo un passo indietro occupandoci brevemente della storia  del  patchwork ovvero di quel lavoro con toppe di tessuto, o meglio, dell’assemblaggio di toppe di tela secondo un disegno prefissato.
La parola solitamente evoca nella gran parte delle persone  le coperte a pezze di derivazione americana o al massimo dei  pannelli decorativi da muro. Se è vero che il patchwork americano  oggi fa scuola in tutto il mondo, va detto anche che la necessità di trasformare materiali tessili di recupero in manufatti utili alla vita quotidiana è diffusa in tutto il mondo e ha origini antiche: dall’Africa occidentale dove si tessono nastri di tessuto assemblati in lunghe strisce  a creare coperte, turbanti e abiti, agli indiani dell’America centrale, fino ai kimono giapponesi.
 Il trapunto ha origini intorno al 5000 A.C. in Cina e in Egitto. Poi tocca al medioevo europeo che lo conosce grazie ai crociati che lo portano con sé dal medioriente.
 La trapunta da letto esiste già presso i Romani che la chiamano culcita e che  nel medioevo diventa una specie di insieme di copriletto e materasso che successivamente prende il nome di quilt. Un altro esempio di patchwork ante litteram è la maschera di Arlecchino. Nel 1600 i ricchi inglesi utilizzano i chintz indiani per le loro trapunte o per gli arazzi.
Il secolo d’oro è però il 1800 sia in Europa che in America: in Inghilterra prevale la trapunta composta da moltissime piccole toppe, a volte migliaia e addirittura si lavora insieme come in una gara allo stesso lavoro, per cui il patchwork assume anche un valore sociale.
In America, dove la tecnica si è trasferita nel 1700, essa si rinnova e soprattutto, quando con l’indipendenza le manifatture locali producono tessuti autonomamente, i lavori si fanno sempre più belli e creativi tanto da innovare l’intera produzione mondiale. In Inghilterra rimane la produzione a medaglione, mentre nel nuovo mondo si diffonde la composizione a riquadri.
 Nel ventesimo secolo gli americani fanno scuola e ormai da qualche decennio il patchwork si è slegato dall’immediatezza dell’uso pratico, inoltre molti musei espongono i lavori tra le altre opere di arte visiva.
Ed ora veniamo alle opere di Francesca Sist: l’artista conosce bene la tecnica al punto di decidere, dopo aver prodotto le tipiche composizioni geometrico/figurative, di andare oltre mettendo allo scoperto il processo di produzione, come dire che lascia vedere ciò che gli altri nascondono: il retro dei suoi lavori ha altrettanta importanza del fronte, non solo, i fili che uniscono le varie toppe, che solitamente vengono ordinatamente tagliati, accorciati, fatti sparire secondo un concetto di ordinata pulizia,  nelle sue “tele” sono invece parte in gioco essenziale, compongono l’immagine assieme ai ritagli di stoffa, la costruiscono e la caratterizzano. Da qui il titolo della mostra “Trame”…
Ordire la trama di un racconto significa decidere l’idea che lo conduce, crearne lo svolgimento principale, stabilire un inizio ed una fine, intrecciarne le azioni… Ecco: quest’operazione si manifesta nei pannelli dell’artista e viene svelata; non è coperta dai due ulteriori  strati (imbottitura e fodera)  che fanno di un lavoro di patchwork un’opera finita.
Per quanto riguarda le composizioni, anche in quest’ambito ci sono novità rispetto alla produzione tradizionale contemporanea spesso legata o a motivi figurativi o geometrici:  la pittrice, perché così credo si debba ormai definire Francesca, costruisce indifferentemente paesaggi o affronta il più difficile territorio della composizione astratta. Non soddisfatta dei tessuti che recupera, per gli ultimi lavori ha preparato e tinto lei stessa le stoffe, cotoni italiani sempre e solamente, ottenendo così scampoli di tessuto dalle varie gradazioni che combina in sfumature o per contrasto timbrico e che lega con quei fili che, sciolti e liberi da ogni comando, creano ulteriore movimento in composizioni già di per sé dinamiche.
E’ difficile non utilizzare aggettivi come “fine”, elegante”, un po’ troppo vicini al mondo della sartoria però è vero che, soprattutto le opere dove predominano i neri, sono intriganti,  affascinano particolarmente e perdono, pur essendolo, la sembianza del patchwork per assumere quella della pittura, di una buona pittura.

TIZIANA PAULETTO

Per quanto riguarda la mia pittura fornisco alcune note sotto forma di appunti e poi lascio la voce ad una giovane critica, purtroppo precocemente scomparsa, Caterina Fasolo.
I miei quadri, per ora, nascono secondo un procedimento a più strati: inizialmente preparo un fondo in acrilico, spesso figurativo, poi lo “rompo” con l’applicazione di carte veline da me acquerellate precedentemente, infine ritorno sulla superficie col pennello. Mi piace la “casualità guidata” con cui si comporta  l’acquerello sulla velina e che è parte determinante della mia produzione.
Ritengo i miei lavori una metafora dell’esistenza, credo di quella di tutti, senz’altro della mia: noi siamo come i muri delle case, costruiti più  o meno solidamente, e superiamo ostacoli, riceviamo aggressioni, ma anche godiamo di obiettivi raggiunti e di gioie, come un muro che più volte è ridipinto e rinnovato ma anche subisce le intemperie e risente del passare del tempo. Ecco allora che si formano crepe, che vengono riaggiustate e nelle quali si possono leggere le vicende di quel muro. Quest’ultimo inoltre “parla” di coloro i quali lo hanno frequentato… ma racconta anche di sé: noi siamo un sovrapporsi di esperienze che nel tempo si sedimentano, e a volte riaffiorano inconsapevolmente e sta a noi rielaborarle e agli altri “leggerle” e decidere se accettarle o meno. Lo scavo non finisce mai così come il cambiamento, la crescita è continua…
Sui muri infine spesso si posano ombre: di alberi, di uccelli, di passanti, di veicoli, di case… i nostri pensieri, quelle impressioni o sensazioni fuggevoli che pur hanno grande parte nella nostra quotidiana esistenza e che spesso vorremmo trattenere per goderle, ma l’ineffabile, (uso una parola forte) la felicità è incatturabile.

Prata, 4 luglio 2010                                                                                                                                                                              Tiziana Pauletto