FRICHE VIRTUEL 17 novembre 2018- 3 febbraio 2019

Friche Virtuel

La Terra sta attraversando un periodo di intense trasformazioni tecno-scientifiche. Se non viene individuato un rimedio, lo squilibrio ecologico che tutto questo ha generato finirà per minacciare la continuità della vita sulla superficie del pianeta. “

Con queste parole, il filosofo francese Felix Guattari,in prossimità del secondo millennio, faceva riferimento a un problema che, nell’ultimo decennio, è divenuto tristemente comune: una crisi diffusa, non soltanto economica, ma sociale, migratoria, climatica, epistemologica. Già a partire dalla fine degli anni ’90, l’idea che fossimo prossimi a una specie di apocalisse si era fatta strada nell’immaginario comune con film, romanzi, album musicali, videogiochi e, oggi, il linguaggio della crisi è divenuto parte integrante delle nostre vite.
L’idea di un’apocalisse, della fine del mondo, non è nuova: ogni grande momento di cambiamento si accompagna alla percezione di un disorientamento diffuso che, però, questa volta ci riguarda non soltanto come individui, ma come specie.
Felix Guattari parla di una crisi nella relazione tra il soggetto e la sua esteriorità, cioè quello che lo circonda: si tratti di animali, piante o dell’idea stessa del mondo e del cosmo, il rapporto tra l’essere umano e queste entità si è rotto. Di fronte alla crisi, alla trasformazione radicale del nostro habitat, stiamo regredendo, stiamo implodendo, chiudendoci in noi stessi come un animale impaurito intrappolato in un angolo.
Le autorità e i movimenti politici appaiono incapaci di cogliere le conseguenze di questa situazione e, secondo Guattari, soltanto una nuova società, una nuova articolazione di etica e politica può venirci in aiuto. È in questo senso che il pensatore francese conia il termine di ecosofia, una combinazione di ecologia e filosofia che ha la possibilità di fornirci una via d’uscita da questa impasse perché combina le relazioni sociali, la soggettività umana e l’ambiente.

La tesi che sottende l’idea di una ecosofia è semplice: è soltanto se riacquistiamo la capacità di pensarci nel contesto dell’ambiente in cui viviamo che possiamo sperare di raddrizzare il timone di questo mondo alla deriva.
Eppure, nella sua semplicità, si tratta di una presa di coscienza rivoluzionaria, non tanto per la sua novità, ma perché richiede una vera e propria rivoluzione copernicana. Come Copernico, dimostrando che il centro del sistema solare non era il nostro pianeta, ma il Sole, così noi siamo chiamati a un vero e proprio atto di dislocamento. Se, dal Rinascimento, con la sua idea dell’homo faber, attraverso Cartesio e il suo cogito ergo sum, passando per Kant, Hegel e la grande saga del modernismo, ci siamo sempre pensati come i protagonisti sul palco della storia, con il paesaggio come sfondo, dobbiamo fare un passo indietro e chiamare sulla ribalta tutto quello che finora abbiamo sempre pensato come semplice scenografia.
È un gesto di umiltà, ma fondamentale.
È un dato di fatto che non siamo più capaci di dare un significato agli eventi che ci circondano (si sente spesso dire che gli attuali progressi tecnologici e, più tristemente, i disastri ambientali a cui assistiamo sempre più spesso, non sembrano veri. Che sembra tutto uscito da un film di fantascienza).

E non è un caso, perché il significato delle cose è sempre una questione di contesto. La vita è costruita su significati, fini e aspettative. Ogni organismo ha delle aspettative e, al tempo stesso, è un’aspettativa di quei sistemi ecologici di cui è parte integrante come agente e agito. Ci sono moltissimi modi in cui nutriamo aspettative, sia mentali che biologici. Tuttavia, aspettarsi qualcosa, significa essere in relazione con qualcosa.
In questo senso, Donna Haraway, una delle più importanti teoriche contemporanee, cita un termine: thoughtlessness, che in italiano potremmo tradurre imperfettamente come “assenza di pensiero”. Questa parola, inizialmente usata da Anna Arendt per riferirsi ai gerarchi nazisti, spiegava il paradosso per cui, nonostante le atrocità che comandavano, non sembrassero minimamente turbati. La loro era una condizione psichiatrica, un vero e proprio dissociamento dalla realtà, che ha luogo quando non siamo più capaci di pensarci all’interno del contesto. Donna Haraway attualizza questa idea, riferendola all’umanità nella sua interezza, una specie che negli ultimi secoli ha costruito attorno a sé un vero e proprio edificio concettuale con cui si è distaccata dalla natura (creando il suo alter-ego, la cultura), idealizzandola, astraendola e infine trasformandola in una serie di risorse, da controllare, mappare e sfruttare, elevandosi al di sopra di essa. Nel momento in cui la natura diventa una cosa, il nostro rapporto con essa si rompe e l’equilibrio delicatissimo che permette la vita sulla Terra entra in crisi. Donna Haraway ci invita a riappropriarci del pensiero, a sforzarci di contestualizzarci, perché, in fin dei conti, siamo forme di vita come tutte le altre.
Sia Felix Guattari che Donna Haraway, tra le righe, ci invitano a prenderci le nostre responsabilità: entrambi gli autori ereditano dall’ecologia la tradizionale preoccupazione per le specie biologiche e la biosfera, ma comprendono che, ad essere in crisi sono anche quelle che Guattari chiama le “specie incorporee”, come la musica, l’arte, la cultura. Ad essere in crisi, in altre parole, è una vera e propria ecologia mentale.
Reinventare le nostre pratiche sociali, le coordinate del nostro stare al mondo, diventano allora imperativi per la nostra sopravvivenza e per il futuro di tutta la vita sul pianeta, per gli animali e le piante e ugualmente per le specie incorporee come la musica, l’amore e la compassione per gli altri.
Il passo più difficile nel pervenire a questo cambiamento di mentalità è spesso identificato nella quasi impossibilità di riuscire a guardare il presente per quello che è, a farci un’immagine di esso. Ogni rappresentazione ci sembra incompleta oppure i filtri con cui viene visualizzato lo distorcono – pensiamo soltanto a come l’idea di una natura vergine o incontaminata popoli ancora il mondo della pubblicità e non solo.

Ed è a questo punto che entra in gioco una figura il cui pensiero si ritrova largamente in questa mostra: il paesaggista e scrittore francese Gilles Clement.
Secondo lui, l’apparizione dell’ecologia come disciplina è un avvenimento senza precedenti nel rapporto storico dell’uomo con la natura, perché introduce la finitezza. La preoccupazione dell’ecologia per la biosfera nasce dalla coscienza che la terra come territorio riservato alla vita è uno spazio chiuso, finito. Una specie di giardino, un po’ particolare.
Non è un caso che il titolo della mostra, friche virtuel, riprenda un concetto ampiamente esplorato da Gilles Clement.
Friche è un termine francese che non trova corrispondenza in italiano: possiamo tradurlo, seppur parzialmente, con “incolto”, “area dismessa”. L’inglese a questi due significati aggiunge “wasteland”, terra desolata, e “wilderness”, un ambiente naturale che non è stato significativamente modificato dall’attività umana. La friche è un terreno che è stato lavorato dall’uomo e poi abbandonato, non è in nessun modo una terra vergine. È un luogo segnato da un’imperfezione originaria: esclude immediatamente l’idea di natura, trattandosi di un paesaggio pesantemente toccato dalla mano dell’uomo, e allo stesso tempo è abbandonato a se stesso, escluso da qualunque processo produttivo. In questo senso, la friche è uno spazio pieno di opportunità, perché questi spazi dimenticati, bistrattati, dove la natura si riprende sgraziatamente dai traumi inferti dall’uomo, è, secondo Clement, il luogo che riesce a farci intravedere il giardino planetario, la Terra, per quello che è. È non soltanto un invito a vedere ciò che solitamente cade ai margini del nostro sguardo e, di conseguenza diventa invisibile, ma a osservare con attenzione i processi che vi hanno luogo, prendendo questi luoghi come un’occasione unica per rieducare il nostro sguardo e la nostra mentalità.

Il percorso della mostra si articola in quattro sale, ciascuna delle quali presenta un gruppo di opere che affronta un tema specifico, simulando un processo dello sguardo e della coscienza che si muove dalla morte per ritornare alla vita, che dall’epifania di un futuro prossimo si confronta col passato e si apre a un diverso rapporto con l’ambiente che la circonda.

1. Tanatocenosi – monotipi/plasticrete e olio

Si comincia nella penombra, una semi-oscurità in cui l’artista ci porta e dove siamo messi a confronto con la lunga durata del tempo geologico. La prima sala, infatti, è denominata Tanatocenosi, il termine con cui si indicano i fossili presenti in un sito di scavo. E alle pareti troviamo infatti delle composizioni che richiamano sezioni di terreno e rocce su cui sono impresse le sagome di esseri viventi o dei loro resti. Impressioni causate dall’azione del tempo, quelli che in inglese si definiscono death assemblages, assemblaggi di morte. Sono composizioni dettate dal caso, dalla pressione, dagli agenti atmosferici e dai movimenti tettonici.
Eppure, se prestiamo attenzione, ciò che abbiamo davanti agli occhi non sono fossili, ma forme di vita che popolano la nostra quotidianità. La Tanatocenosi che mette in scena l’artista è infatti quella che si presenterà agli occhi di un’ipotetica umanità del futuro, lontana milioni di anni da noi. Ogni immagine contiene i fossili di un paesaggio caro all’autrice, quello della Carnia, una regione oggi brutalmente sfigurata dai disastri ambientali e che per quarant’anni ha rappresentato un paesaggio che l’artista ha esplorato e con il quale è entrata in intima sintonia.
Queste opere sono dunque al tempo stesso un augurio e un’immagine di una catastrofe che sembra minacciarci da vicino, interpretata esteticamente per generare due principali interrogativi: il primo è riguardo alle cause di questi sedimenti; il secondo, invece, riguarda la loro bellezza e compie il primo passo verso quella rivoluzione di cui parlavo sopra. Ci porta a chiederci se e quando finisce la nostra idea di autorialità, se l’autore è una nostra pretesa. La produzione di immagini non è una prerogativa umana, come hanno dimostrato la biologia e la storia dell’arte, e in queste composizione ambigue, a metà tra un ritrovamento paleontologico e un bassorilievo/dipinto astratto, ci troviamo a mettere in discussione non solo la nostra posizione nel mondo, ma i confini stessi dell’arte.
La prima sala mira dunque a creare un paradosso temporale, mettendoci nei panni di un Ebenezer Scrooge, il personaggio principale del Canto di Natale di Charles Dickens. Scrooge, un avaro misantropo che, poco prima di andare a letto la notte della vigilia di Natale, viene visitato dal fantasma del suo vecchio socio in affari, il quale lo porta in un viaggio mostrandogli la miseria della vita dei suoi dipendenti e lo ammonisce a non continuare su questa strada per non ritrovarsi, come il fantasma, a vagare per sempre sulla terra afflitto dalle pesanti catene del proprio rimorso. Durante la notte, Scrooge sarà visitato dai fantasmi del Natale passato, del Natale presente e di quello futuro, ed è quest’ultimo il più spaventoso, perché mostra al protagonista le conseguenze delle sue azioni, compresa, la più tremenda, cioè il suo decesso.
Il Canto di Natale è un racconto di redenzione. Infatti, come è ben noto, Scrooge dopo essere stato visitato dai fantasmi si redimerà e inizierà a fare del bene.
La prima stanza, fa lo stesso con noi. Ci mette di fronte a uno scenario futuro, dove ciò che rimarrà di noi sono tecnofossili, nature morte di organismi e rifiuti della nostra attività, legati inestricabilmente.

2. Epifanie – acrilici e carta acquarellata

Nella seconda sala emergiamo alla luce.
Se nella stanza precedente ci siamo trovati proiettati in una visione del futuro dove siamo stati messi a confronto con le rovine fossilizzate del nostro intimo passato, ora ci accoglie un limbo, abitato da epifanie, spettri che emergono dai meandri della memoria.
Negli anni ’90, il filosofo francese Jacques Derrida: hauntology, una fusione del verbo tu haunt (perseguitare) e ontology (ontologia), per riferirsi al presente. Secondo lui, la percezione del presente era alterata e rimpiazzata da un continuo rinvio, ben rappresentato dalla figura del fantasma: ciò che non è né presente né assente, che non è vivo né morto. Questa idea è stata ripresa nel decennio successivo da una serie di pensatori per riferirsi al paradosso della cultura contemporanea che persiste nel riciclare estetiche e forme sociali del passato. Incapace di fuggirle, non è in grado di afferrare il presente e concepire il futuro.

La delicatezza di queste tele, dove si combinano frammenti di carta acquerellata, acquarello e acrilico, ci rimanda alla fragilità della memoria e delle creature che la popolano.
Le sagome che affiorano dalla luminosità degli sfondi, una sorta di abbagliante foschia che cancella l’orizzonte, sono simulacri di alberi. Profili quasi monocromi, spogli, con pochissimi rami protesi verso l’alto. Sono alberi soli, che sembrano sopravvissuti a una catastrofe naturale o meno, come gli scheletri di alberi che compaiono nelle fotografie di Hiroshima e Nagasaki dopo l’esplosione della bomba atomica. Come prima, anche qui il giudizio è lasciato al visitatore: potrebbero essere state le intemperie a ridurli così o un indiscriminato potatore, un crudele giardiniere.
Se la prima sala ci aveva posto di fronte a un interrogativo sul nostro destino come specie e sui confini dell’arte, quindi anche sul senso stesso della pratica artistica e dell’eredità artistica, le opere qui esposte evidenziano invece un’assenza, quella dell’uomo. Eppure, anche se non lo vediamo, lo percepiamo. È una sorta di spettro, uno spettro del passato, che continua a perseguitarci.

3. Piante pioniere – sculture in plasticrete

È salendo al piano superiore che, come se il movimento fisico nell’edificio si accompagnasse a un processo di catarsi, riusciamo a intravedere una via d’uscita.
Le prime due sale hanno contribuito alla costruzione di un immaginario del presente e del passato, delineando un ambiente abbandonato, al limite, un luogo ingrato e inospitale, dove la contemplazione del paesaggio diventa un atto difficile.
Ora, sempre con un atto speculativo che vuole produrre delle metafore per azionare un ragionamento sulla realtà, l’artista ci presenta delle nuove specie vegetali, una serie di sculture che descrivono quelle che Gilles Clement chiama “piante pioniere”. La friche, questo terreno incolto, usato e poi abbandonato, questa terra desolata dimenticata dall’uomo è un ambiente dove solo poche specie vegetali riescono inizialmente ad attecchire. Eppure, sebbene queste piante, vere e proprie pioniere, siano la principale specie di questo durissimo habitat, al di fuori di esso muoiono. Le piante pioniere, protagoniste della friche, sono sempre in movimento, perché l’unico luogo che possono abitare è la frontiera in costante spostamento della friche.
L’artista ricostruisce un ipotetico bosco, popolato da diverse specie ibride, che richiamano le felci preistoriche o rami arcuati da cui spuntano i frutti, forme vegetali realizzate con materiali cementizi, acrilici e vernici nanotecnologiche. Forme di vita cyborg, che portano forse alle estreme conseguenze l’idea di Gilles Clement di brassage planetaire, una mescolanza planetaria intra e interspecie, dove ogni incontro è un arricchimento e una possibilità. Sono al tempo stesso piante e il ricordo delle piante, abitanti di un mondo nuovo, dove la vita ha trovato un nuovo compromesso per ricominciare.

4. Friche virtuel – prato fiorito adimensionale/ambiente immersivo

Le tempere su carta dell’ultima sala, allestite su ogni parete per creare uno spazio immersivo, chiudono il percorso espositivo. In quest’ultimo spazio, l’artista, ha allestito un luogo di riflessione. L’esplosione floreale che ci circonda non è soltanto una visione pacificante, ma anche un ennesimo luogo dell’assenza. Se da un lato ci troviamo a godere di nuovo della molteplicità e della diversità di forme e colori di un prato fiorito (e forse non accade perché il nostro sguardo è cambiato?).
I fiori sono anche metafore delle domande che questa stanza è progettata per far nascere: siamo ancora in grado di oziare, prendere le distanze dalle nostre vite ed avvicinarci agli altri, di qualsiasi specie essi siano? Siamo ancora in grado di guardare, con attenzione quello che ci circonda? Vogliamo dedicarci del tempo per salvare quella sottile pellicola che avvolge la terra ed è la nostra casa?
Sedersi assieme sul tappeto in questa stanza è il punto di partenza per un viaggio del pensiero, un momento costruttivo. Sedersi assieme perché la friche è uno spazio accogliente, inclusivo. Essa accoglie e include tutto ciò che il controllo dell’uomo esclude, tutte le specie viventi escluse dal giardino razionale del sistema capitalista. La friche accoglie tutto quello che spaventa l’uomo, tutto quello che sfugge al controllo e, pertanto, va eliminato. La friche è un luogo per esseri vagabondi, preziosi. Esseri passeggeri, come noi, su questo pianeta.
A partire da alcuni spunti forniti dall’autrice, testi di Gilles Clement, T.J. Demos, …, siamo invitati a dialogare e prendere posizione. Utopia o possibilità? Forse la nostra responsabilità verso le generazioni che verranno ci fornisce già la risposta.

Casa Gaia da Camino, Portobuffolè 17 novembre 2018 Simone Santilli

Giulio Belluz, una vita d’artista

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Merik: importante retrospettiva nella sua città natale

Portogruaro dal 19 maggio al 23 giugno 2013 (pubblicato su “Archivio” del mese di giugno 2013)

Domenica 19 maggio, con grande successo di pubblico e di critica, si è inaugurata a Portogruaro, città natale del pittore, la retrospettiva su Merik, Eugenio Enrico Milanese (1937/2010) dal titolo Merik – Opere 1960/2010.

La mostra, che presenta oltre 120 lavori, è articolata su cinque sedi: Galleria “Ai Molini” dove sono esposti Opere dagli anni ’60 agli ’80, Il paesaggio e Le tematiche socioculturali; Municipio – sala delle colonne, in cui è ospitata La produzione astratta dall’89 al 2010; Foyer della magnolia del teatro cittadino “Luigi Russolo” in cui è sviluppato il tema della musica molto caro all’artista, infine Casa Pasquale che contiene una raccolta di disegni.

L’esposizione, a due anni circa dalla scomparsa, è un omaggio al pittore, noto non solo nel territorio del triveneto ma ben conosciuto anche all’estero, che ha partecipato attivamente con la sua opera d’artista e le sue idee alle attività culturali della città e anche al cittadino che spesso ha colloquiato con autorità e giornali sui problemi legati al benessere del territorio.

Si tratta della prima presentazione sistematica della produzione dagli anni ‘60 alla morte, pur con alcune esclusioni tra le quali il filone dell’arte sacra e della ceramica, esemplificata in alcuni pezzi. Si potevano seguire varie direzioni di indagine o di allestimento. Una di queste era quella di concentrarsi unicamente sulla produzione più significativa e lirica di Merik: l’acquerello, in particolare su quei pezzi astratto-geometrici che giocano sull’assenza del colore o su quelli di piccole dimensioni spesso accostati a testi poetici. Si è deciso invece di esplorare tutta la sua produzione pittorica, almeno per una volta, augurandoci  che questa sia la prima di altre iniziative che abbiano lo scopo di restituire un’immagine efficace dell’artista e della complessità della sua natura.

Le opere esposte provengono quasi esclusivamente dalla collezione di famiglia: la presenza massiccia di materiale di buon livello ci ha convinto a fermarci alla casa di Enrico Milanese senza ricorrere alle numerose tele presenti in collezioni private e pubbliche nazionali ed internazionali.

Nel corpus degli oltre cento lavori una parte risulta essere stata premiata a concorsi od ex-tempore o ha partecipato a collettive, altri invece sono inediti. Essi sono stati selezionati nell’ottica di entrare nel mondo delle idee e dei pensieri estetici e negli studi dell’artista: si troveranno quindi anche alcuni pezzi non particolarmente riusciti, tuttavia essi sono esemplificativi di un passaggio e a volte dell’anticipazione di un tema approfondito in anni successivi.

All’interno di ogni sezione tematica non sempre i dipinti appartengono allo stesso periodo, ma talvolta un pezzo precorre di qualche anno una produzione successiva molto nutrita oppure questa viene ripresa più tardi.

Un’altra questione riguarda le tecniche impiegate dall’artista: egli, pur prediligendo l’acquerello, che è presenza costante lungo tutta la sua attività dal 1957 al 2010, utilizza spesso anche olio e acrilico.

Infine un accenno alla personalità di Enrico Milanese: uomo curiosissimo di tutti gli aspetti della realtà, ma particolarmente legato alla cultura storico-religiosa e artistica del territorio e della sua città. Animo facile ad infiammarsi nelle questioni che riguardano politica e società, innamorato della gioventù e, per ciò, attento ai bisogni dei giovani e al loro futuro, ma anche vicino agli anziani dai quali, dice, c’è tutto da imparare.

Melomane appassionato, suonatore di tromba, ama la musica classica e quella popolare, non solo italiana. Viaggiatore col taccuino degli appunti in cui raccoglie spunti per la sua pittura, poco incline a farsi “influenzare” dagli artisti che frequenta e di cui visita le mostre, in quanto sostiene la necessità che ciascun pittore debba trovare “il proprio alfabeto espressivo” o “…il proprio modo di esprimersi: un’originalità in grado di trasmettere attraverso la forma, sentimenti e stato d’animo.” (Eugenio Enrico Milanese, 2006)

 

L’ esposizione

Nell’intento di ricostruire la personalità e la storia umana, oltre che artistica, di Enrico Milanese si è preferito organizzare le opere pittoriche per temi o generi, piuttosto che secondo il classico ordine cronologico, serbando questo criterio per il gruppo di lavori che vanno dagli anni ’60 agli ‘80 e, per quanto possibile, all’interno di ogni sezione tematica. Questa operazione consente al visitatore di rendersi conto dell’incessante lavorio di pensiero di Merik e del riproporsi ciclico di alcuni temi fondamentali nella sua opera e, non ultima, della varietà delle tecniche da lui preferite.

Si è pensato di accostare alle opere del periodo ’60/’80 anche i paesaggi veneto-friulani degli anni successivi per una ragione di continuità con la produzione piuttosto massiccia dei primi venti anni. Le altre sezioni raggruppano il figurativo dal tema a sfondo socioculturale che affronta problemi, purtroppo attuali, con il sorriso dell’ironia e per i quali suggerisce anche soluzioni personalissime, la produzione astratta, da considerarsi quella più lirica e importante, la musica che si presenta in varie soluzioni formali dal figurativo tradizionale ad una scomposizione delle forme che richiama il ritmo e l’andamento delle composizioni musicali, infine il disegno, pratica assidua e costante che accompagna tutta la produzione pittorica come schizzo, appunto o progetto ma che vive di una propria incantevole autonomia nel segno pulito e senza pentimenti della penna stilografica, inseparabile amica dell’artista.

In ogni insieme compaiono generalmente due o tre opere vicine per ambito espressivo o tematico, scelte sulle numerose che spesso coprono più anni di produzione. Alcuni argomenti sono stati trattati dall’artista per brevi ma intensi periodi di lavoro, altri invece sono trasversali all’attività di molti anni.

Tiziana Pauletto

Il catalogo

La mostra è corredata da un catalogo/guida a cura di Tiziana Pauletto. Le 96 pagine, nelle quali si possono ammirare 80 opere a colori, sono organizzate per sezioni anche nella stesura del testo in modo tale che il visitatore possa “leggere” passo passo le opere. La parte iniziale ospita, oltre al tradizionale saluto dell’autorità cittadina, cinque pagine a memoria di cari amici del pittore che rendono un ritratto particolarmente felice di Enrico Milanese. L’apparato finale completa l’approccio all’uomo, oltre che all’artista, con una serie di scritti autografi che portano chi legge dentro le idee di Merik sull’arte e sulla società. Una biografia piuttosto dettagliata, l’elenco delle mostre e dei premi e un’antologia critica scelta tra i numerosi scritti sull’artista chiudono il catalogo. La fotografia è curata da Mario Santilli  e la grafica da Silvia Sarvese.

 

 

Eugenio Enrico Milanese

 

Eugenio Enrico Milanese, in arte Merik, nasce a Portogruaro nel 1937. Il suo ingresso nel mondo delle arti visive come pittore avviene nel 1957 quando viene selezionato per una mostra di giovani pittori veneti dalla Galleria Comunale di Venezia “Bevilacqua La Masa”. La circostanza gli fa conoscere e frequentare numerosi artisti. Negli anni Sessanta soggiorna per un lungo periodo in Svizzera e in Germania inserendosi nell’ambiente artistico dei due paesi. Partecipa quindi a molte collettive e organizza personali in varie città italiane ed estere. Parallelamente raccoglie anche numerosi riconoscimenti in concorsi di pittura nazionali ed esteri e le sue opere vengono acquisite da enti pubblici e privati.

Interviene spesso, con un impegno e successo riconosciuti, nelle manifestazioni culturali della sua città: Festival Internazionale di Musica da Camera di Portogruaro, Fiera di S. Andrea, Estate Musicale. Per questi eventi il pittore realizza illustrazioni di manifesti, stendardi a tema, opere su tela, ceramica, vetro.

La sua opera spazia dalle tecnica dell’olio all’acrilico, all’acquerello, dal vetro alla ceramica e, per quanto riguarda le tematiche, si muove con disinvoltura dal figurativo all’astratto geometrico, dal racconto satirico alla fiaba, dalla musica alla poesia: un particolare percorso è costituito dagli innumerevoli acquarelli associati a poesie di autori italiani e stranieri a lui particolarmente cari, non esclusi i dialettali. Muore nel 2010.

Sedi dell’esposizione

Galleria “Ai Molini” Dagli anni ’60 agli ’80 – Il paesaggio – Le tematiche socioculturali

Municipio, Sala delle colonne  La produzione astratta

Teatro “L. Russolo”, Foyer della magnolia  La musica

Casa Pasquale, Il disegno

 

Il catalogo si può richiedere alla famiglia Milanese

e-mail carlo.milanese@systecdesign.com

Tel. 0421 74348

Prossimi approfondimenti con stralci dal catalogo in queste pagine.

 

 

Successo di Artedonna 2010 – Emozioni in… parola, musica, colore. Un evento tutto al femminile prossimo appuntamento a S.Donà di Piave il 4 marzo 2011

gruaro 30 ottobre 2010

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Artedonna il 4 marzo 2011  di nuovo a  S.Donà di Piave presso il Centro Culturale “L. da Vinci”, dopo Gruaro, Concordia Sagittaria, Chions,  Pradamano, S.Pietro al Natisone, Vittorio Veneto…

Il progetto Artedonna è un evento tutto al femminile di pittura, fotografia,  poesia e musica per plettri composta ed eseguita da sole donne,  corredato da un piccolo catalogo contenente parte della produzione poetica e artistica e il cd con i 5 brani che saranno eseguiti durante il reading e la mostra: il bello è che lo abbiamo realizzato in quattro!

Ecco l’introduzione al lavoro:

Arte al femminile, esclusivamente al femminile? Perché no. Necessità di dimostrare qualcosa al mondo maschile  o bisogno di autoaffermazione? Nemmeno per idea. Semplicemente un profondo piacere nel progettare e realizzare un evento tra donne in virtù di una comune passione, la musica, e dell’amore  per forme d’espressione come la poesia, la fotografia e la pittura e non ultimo grazie ad un intendersi  reciproco ed immediato.

Oggi non sono nuove iniziative simili, credo però non siano così complete, almeno nel nostro territorio friulano e veneto. D’altronde le donne hanno iniziato a proporsi come artiste senza il supporto di mariti e compagni, obbligatorio lasciapassare nell’ambiente delle arti per secoli, fin dalla metà degli anni ’60, anche se solo alla fine degli ’80 il mondo dell’arte ha cominciato ad accogliere artiste esordienti in egual misura dei giovani maschi e dagli anni ‘90 ciò si è tramutato quasi in una moda, tanto che nessun curatore organizzerebbe una mostra senza dare rilievo alla partecipazione femminile. E’ anche vero che spesso noi donne, anziché esibire la nostra femminilità intellettuale e creativa, preferiamo entrare negli ambienti degli addetti ai lavori  “camuffandoci” da uomini, quasi che, come vuole uno stereotipo resistito fino a ‘900 inoltrato, la femminilità non sia in grado di produrre arte vera, tuttalpiù un buon artigianato, e lasciamo agli uomini il giudizio che spesso si pronuncia all’incirca così: “E’ brava, fa una pittura maschile…”! Sono inoltre ancora una volta gli uomini ad organizzare quasi sempre le iniziative legate alla celebrazione dell’otto marzo: lo accogliamo come un atto di omaggio e di gentilezza?

Non è questa la dimensione in cui è nata e ha preso il via  ArteDonna 2010 con il titolo “Emozioni”, artefici Christine Teulon, ideatrice del progetto e scrittrice, Franca Valtingojer,  mandolinista, Adriana Scrignaro,  fotografa e Tiziana Pauletto,  pittrice.

Questo piccolo libro, la lettura di poesie, l’esposizione di fotografie e dipinti e il concertino di brani di musica originale per trio e quartetto mandolinistico composti anch’essi  da donne, sono stati generati dall’amore per l’arte e lo spirito,  vissuti anche nel quotidiano affaccendarsi intorno alla famiglia, alla casa, nel lavoro e ricercati in piccoli momenti privati e personali rubati all’ora, alla giornata, alle fatiche… Qui, in questi intimi e privati spazi, la riflessione corre sulla propria e altrui umanità e le emozioni si mettono a nudo e si amplificano. Poi, nella musica, passione comune a tutte e quattro le artiste,  avviene la catarsi: nella dimensione collettiva dell’esecuzione è un gioioso vibrare all’unisono con le corde dei propri strumenti.

E dunque il trovare una propria dimensione espressiva e il volerla comunicare e condividere si fa indispensabile, perché senza il confronto e lo scambio con l’esterno essa  non ha  vero valore.

Ecco la ragione dell’evento: la condivisione con gli altri delle personali emozioni tradotte in espressione, sotto forma di parola e immagine,  accompagnate e cementate dalla musica, quella che le stesse Adriana, Christine, Franca e Tiziana eseguono insieme.

La soddisfazione è grande!

Artedonna 2010 – Emozioni

Prima mezzora: visita libera del pubblico alla mostra

Scaletta evento centrale (circa 45 minuti)

Saluto degli organizzatori/intervento autorità
Lettura della poesia di A. Merini
Introduzione sul  progetto e breve excursus sul ruolo della donna nel mondo artistico del ‘900
Presentazione delle artiste e del loro lavoro – ordine alfabetico

Adalgisa Griseri  – DANZA SPAGNOLA
Lettura di Libertà, Emozioni, Sensi

Augusta de Kabath  – GAVOTTA
Lettura di Pioppi, Stagioni, Chiesette votive

Tekla Badarzewska  – PREGHIERA DI UNA VERGINE
Lettura di Ombre, Ciclo vitale, Donna

Augusta de Kabath  – EN TROIKA
Giuseppina Carminati – SERENATA NAPOLETANA

Eventuale bis   Olga de Lys – LES MASQUES, Cortège carnevalesque

 Eventuale spazio per la conversazione con il pubblico

Segue visita alla mostra con le artiste.

Tempo totale dell’evento 2 ore