Alberto Pasqual e Walter Zaramella a Gruaro il 3 settembre 2011

Ecco di seguito la mia presentazione alla mostra dei due validi artisti e qualche foto delle opere. le foto sono di Mario Santilli

ALBERTO PASQUAL GRUARO 2011

Spesso oggi lo scultore che sceglie il metallo, in particolare ferro o acciaio,  compone le sue opere per assemblaggio, utilizzando parti d’oggetti o facendo produrre manufatti appositamente studiati: è l’arte del NON FARE, il NOT MAKING; in poche parole lo scultore è regista e progettista di un’opera che fa realizzare a chi è più bravo di lui nella tecnica della lavorazione del metallo. Non è così Alberto Pasqual che pur ha sperimentato la condizione di esecutore e compartecipe di un progetto, quello del monumento a Marco Pantani che si trova sulla salita del Montirolo in Valtellina, progettato da Michele Biz e Alessandro Broggio.

L’artista sacilese disegna e realizza le sue opere, attualmente e principalmente in ferro (ma lavora anche bronzo e terra), avvalendosi delle sue ottime competenze tecnico-esecutive legate alla professione che svolge: il fabbro.

Se si guarda la produzione artistica dal medioevo ad oggi, sono rari gli scultori che hanno scelto il ferro come materiale per esprimersi, tanto che esso, classificato nelle arti minori come “ferro battuto”,  dal XII secolo è stato utilizzato soprattutto per inferriate e cancelli fino alle decorazioni liberty,  e sono pochissimi i contemporanei cimentatisi nella scultura in ferro a tutto tondo. La ragione potrebbe essere legata  al suo peso che ne limita la manovrabilità, alla tendenza ad arrugginirsi, o forse, più probabilmente, alle difficoltà di lavorazione.

Uno dei valori aggiunti delle sculture di Pasqual sta nel mettersi alla prova con una materia non canonica e nel farla uscire con successo dagli usi consueti, sfruttando il fuoco per plasmare, modellare, tagliare, squarciare  il blocco come fosse materia docile, quasi una plastilina su cui un dito o un ferro deciso si imprime e scivola.

I pezzi di Pasqual si impongono per una potenza aspra, d’impatto tattile, e fanno scaturire sensazioni e ricordi di fucine, di sudore e visioni di fuoco.

Ed è proprio col fuoco che l’artista lavora  incidendo profondamente il blocco, che si articola in fessure profonde le quali aprono variamente, ma per lo più in linea retta, i volumi. Non si può certamente definire di superficie questa scultura! Lo scultore sacilese non fa parte di quella schiera di artisti che, alla ricerca della leggerezza, riducono il metallo in sottili lamine o fogli svolazzanti: egli lavora sullo slancio in verticale, sul longilineo, mi riferisco in particolare ai guerrieri, rispettando la fierezza  del ferro e agisce sulla sua massa, ma non toglie sostanza. Le sue figure, guerrieri o parallepipedi, sezioni di sfera, ecc. interagiscono energicamente con lo spazio circostante, fendono l’aria, la sferzano anche quando predomina lo sviluppo in altezza: essi si mostrano allo spettatore come monoliti forati e consumati dall’erosione di acqua e vento, come certi calcari carsici, metafore di una lotta strenua per la vita, riparati a malapena dal loro scudo e sprovvisti di elmo, privi  (o privati?) spesso degli arti, essenziali nel loro significato di resistenza.

Un filo robusto lega due produzioni apparentemente distanti, quella figurativa degli anni passati e quella geometrizzante “astratta” attuale, che è a mio parere, senza nulla togliere alla precedente, valida e comunicativa, molto più personale e intrigante: l’idea della guerra, e per contrasto  della vita, intesa come battaglia perla sopravvivenza. Ipezzi e i guerrieri sembrano la risultanza di uno scontro titanico, superstiti di una civiltà futura sconvolta i primi, quasi personaggi mitologici i secondi.

E’ un impatto che provoca lacerazioni, è la visione di ferite che lasciano guardare oltre i corpi squassati,  a volte il taglio si fa foro, oppure sono squarci che si rimarginano lasciando scanalature e abrasioni che articolano superfici lucide. Ne vengono effetti di bagliori e oscurità, di chiaroscuro accentuato che amplificano la drammaticità.

I tagli e le ferite quindi sono la sostanza, la parte ineludibile,  integrante e complementare, delle geometrie pulite di parallelepipedi e di cerchi, dallo scudo del guerriero alla sezione di sfera, come a dire che la nostra esistenza è insieme tranquillità e inquietudine, sistema e ribellione, sofferenza e serenità, unione e spaccatura.

Infine il colore: siamo abituati all’effetto delle terre e del bronzo, ma il nero del ferro, e la ruggine che assume varie sfumature, sono suggestivi; in particolare il nero, o l’effetto ematite nelle sculture lucidate, è potente, conferisce  ulteriore vigore  che produce uno scuotimento interiore, ben oltre i significati metaforico-simbolici, pur importanti, che l’artista dà ai suoi lavori.

Gruaro 3 settembre 2011                                                                   Tiziana Pauletto

WALTER ZARAMELLA GRUARO 3 SETTEMBRE 2011

Grigi colorati, bruni e ocre incontrano blu e azzurri cielo, fasce dalle campiture marezzate dischiudono nel loro cuore una figurazione apparentemente accennata: agglomerati di case, portoni di vecchie officine ormai dismesse, panni stesi sopra strette vie di borghi popolari, alberi maestosi ben ramificati, trattati a pennello e spatola. La zona centrale di ogni dipinto, nelle sue forme inizialmente non percepite come tali, ma come sensazioni di colore, affiora gradualmente alla consapevolezza dello sguardo, grazie alle tinte progressivamente più chiare dello sfondo. I bianchi, a volte lievemente colorati, altre volte candidi,  ben dosati e spesso trasparenti,  illuminanola scena. Lineeaccennate  da un pennello veloce e ripartizioni geometriche non invadenti disciplinano una materia informale. La generale predilezione per un andamento orizzontale dispone, assieme a tinte mai eccessivamente urlate, alla tranquillità e alla riflessione.

Un sussulto si  accenna quando l’occhio si approssima al centro più dinamico e costruito con  zone di colore sfrangiate e colpi di pennello o spatola o rullo,  che muovono la superficie fino a placarsi nelle zone marginali del quadro.

L’oggetto, che è argomento di ogni opera, si presenta quindi come un fantasma, una apparizione sfuggente all’occhio, ma forte e intensa che trattiene la visione e costringe l’osservazione ad una penetrazione progressiva, che suscita e porta in superficie emozioni o immagini a volte sepolte nel profondo.

Esse  emergono dal flusso ininterrotto dei ricordi, spesso vaghi e inafferrabili: è un portone di officina dove si riparavano le biciclette che ci riporta al lavoro d’artigiano che vi si svolgeva e al rapporto personale diretto tra  proprietario del mezzo e  meccanico. E quasi sentiamo i rumori, respiriamo l’odore di copertone, d’olio minerale, ci immaginiamo le parole e i discorsi sull’ultima partita della squadra locale, o sul maltempo ecc. che immancabilmente coinvolgevano i due, oppure sono lenzuola stese che ci recano voci di donne, e via così, fino ad alberi maestosi sotto i quali molti di noi hanno riposato, rievocanti una natura goduta e godibile… Insomma la nostra immaginazione viene catturata dai luoghi o dagli oggetti ricreati dal pennello di Zaramella e viaggia aiutata proprio da quelle figure accennate che non la obbligano in forme nette, guidata nelle sensazioni dalle pennellate e dalle spatolate che cancellano ciò che prima c’era. Il nostro è un viaggio libero, ciascuno con i propri personali ricordi e sensazioni, ciascuno nel suo microcosmo interiore, eppure comune a tutti nelle esperienze.

E’ un mondo lontano, sì, lontano nel tempo reale, ma vivissimo nella nostra mente, lirico nel suo presentarsi e modesto, quotidiano nella sua sostanza e perciò ci raggiunge.

Così come è carico di emozioni per l’artista, che ripercorre la sua infanzia, altrettanto importante è per noi in quanto ci riporta a un passato di rapporti umani semplici, veri e cordiali.

Non favole fanciullesche quelle di Zaramella, nemmeno dolciastre e inautentiche commemorazioni: lo dimostra il fatto che nella recente produzione vi siano riprese dall’alto di città moderne e navi all’attracco, testimoni dell’interesse per il contemporaneo e del sentirsi cittadino del mondo attuale.  Potremmo definire queste opere  “paesaggi della memoria e dell’inconscio”: essi scaturiscono credo dalla necessità condivisibile di fissare un passato o un ambiente, quando tratta della natura, sentito più autentico di quello in cui molti di noi vivono, ricreato nella certezza che pur essendo inafferrabile non può essere perduto.

Una situazione simile ma diversa, a mio parere, nei contenuti concettuali, si ricrea in alcuni lavori recentissimi in cui l’impressione visiva è che tutto si muova molto velocemente e fugga da noi come se la dimensione temporale fosse accelerata e ci trovassimo a carpire di quel che passa solo alcune vestigia, in un tentativo improbabile di fermo-immagine. Questi paesaggi ci calano nell’attualità dai ritmi accelerati, che non consente di vivere profondamente ma costringe alla superficie. E’ un percorso appena iniziato, preludio di un ulteriore passo verso la pittura astratta e in direzione di nuove dimensioni di pensiero? Attendiamo con curiosità gli sviluppi.

Gruaro 3 settembre 2011

Successo di Artedonna 2010 – Emozioni in… parola, musica, colore. Un evento tutto al femminile prossimo appuntamento a S.Donà di Piave il 4 marzo 2011

gruaro 30 ottobre 2010

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Artedonna il 4 marzo 2011  di nuovo a  S.Donà di Piave presso il Centro Culturale “L. da Vinci”, dopo Gruaro, Concordia Sagittaria, Chions,  Pradamano, S.Pietro al Natisone, Vittorio Veneto…

Il progetto Artedonna è un evento tutto al femminile di pittura, fotografia,  poesia e musica per plettri composta ed eseguita da sole donne,  corredato da un piccolo catalogo contenente parte della produzione poetica e artistica e il cd con i 5 brani che saranno eseguiti durante il reading e la mostra: il bello è che lo abbiamo realizzato in quattro!

Ecco l’introduzione al lavoro:

Arte al femminile, esclusivamente al femminile? Perché no. Necessità di dimostrare qualcosa al mondo maschile  o bisogno di autoaffermazione? Nemmeno per idea. Semplicemente un profondo piacere nel progettare e realizzare un evento tra donne in virtù di una comune passione, la musica, e dell’amore  per forme d’espressione come la poesia, la fotografia e la pittura e non ultimo grazie ad un intendersi  reciproco ed immediato.

Oggi non sono nuove iniziative simili, credo però non siano così complete, almeno nel nostro territorio friulano e veneto. D’altronde le donne hanno iniziato a proporsi come artiste senza il supporto di mariti e compagni, obbligatorio lasciapassare nell’ambiente delle arti per secoli, fin dalla metà degli anni ’60, anche se solo alla fine degli ’80 il mondo dell’arte ha cominciato ad accogliere artiste esordienti in egual misura dei giovani maschi e dagli anni ‘90 ciò si è tramutato quasi in una moda, tanto che nessun curatore organizzerebbe una mostra senza dare rilievo alla partecipazione femminile. E’ anche vero che spesso noi donne, anziché esibire la nostra femminilità intellettuale e creativa, preferiamo entrare negli ambienti degli addetti ai lavori  “camuffandoci” da uomini, quasi che, come vuole uno stereotipo resistito fino a ‘900 inoltrato, la femminilità non sia in grado di produrre arte vera, tuttalpiù un buon artigianato, e lasciamo agli uomini il giudizio che spesso si pronuncia all’incirca così: “E’ brava, fa una pittura maschile…”! Sono inoltre ancora una volta gli uomini ad organizzare quasi sempre le iniziative legate alla celebrazione dell’otto marzo: lo accogliamo come un atto di omaggio e di gentilezza?

Non è questa la dimensione in cui è nata e ha preso il via  ArteDonna 2010 con il titolo “Emozioni”, artefici Christine Teulon, ideatrice del progetto e scrittrice, Franca Valtingojer,  mandolinista, Adriana Scrignaro,  fotografa e Tiziana Pauletto,  pittrice.

Questo piccolo libro, la lettura di poesie, l’esposizione di fotografie e dipinti e il concertino di brani di musica originale per trio e quartetto mandolinistico composti anch’essi  da donne, sono stati generati dall’amore per l’arte e lo spirito,  vissuti anche nel quotidiano affaccendarsi intorno alla famiglia, alla casa, nel lavoro e ricercati in piccoli momenti privati e personali rubati all’ora, alla giornata, alle fatiche… Qui, in questi intimi e privati spazi, la riflessione corre sulla propria e altrui umanità e le emozioni si mettono a nudo e si amplificano. Poi, nella musica, passione comune a tutte e quattro le artiste,  avviene la catarsi: nella dimensione collettiva dell’esecuzione è un gioioso vibrare all’unisono con le corde dei propri strumenti.

E dunque il trovare una propria dimensione espressiva e il volerla comunicare e condividere si fa indispensabile, perché senza il confronto e lo scambio con l’esterno essa  non ha  vero valore.

Ecco la ragione dell’evento: la condivisione con gli altri delle personali emozioni tradotte in espressione, sotto forma di parola e immagine,  accompagnate e cementate dalla musica, quella che le stesse Adriana, Christine, Franca e Tiziana eseguono insieme.

La soddisfazione è grande!

Artedonna 2010 – Emozioni

Prima mezzora: visita libera del pubblico alla mostra

Scaletta evento centrale (circa 45 minuti)

Saluto degli organizzatori/intervento autorità
Lettura della poesia di A. Merini
Introduzione sul  progetto e breve excursus sul ruolo della donna nel mondo artistico del ‘900
Presentazione delle artiste e del loro lavoro – ordine alfabetico

Adalgisa Griseri  – DANZA SPAGNOLA
Lettura di Libertà, Emozioni, Sensi

Augusta de Kabath  – GAVOTTA
Lettura di Pioppi, Stagioni, Chiesette votive

Tekla Badarzewska  – PREGHIERA DI UNA VERGINE
Lettura di Ombre, Ciclo vitale, Donna

Augusta de Kabath  – EN TROIKA
Giuseppina Carminati – SERENATA NAPOLETANA

Eventuale bis   Olga de Lys – LES MASQUES, Cortège carnevalesque

 Eventuale spazio per la conversazione con il pubblico

Segue visita alla mostra con le artiste.

Tempo totale dell’evento 2 ore

Angelo Brugnera – Gruaro 30 Agosto 2003

Rendere viva la materia inorganica, dare spirito ad un materiale amorfo,  silenzioso e fermo sono gli atti che costituiscono l’essenza della scultura. Angelo Brugnera, giovane artista di Sacile si è imposto di raggiungere questi obiettivi conferendo leggerezza alla pietra di per sé e per definizione pesante, trasformando in “carne” il marmo e in qualche recente esperimento tentando di sovvertire le leggi della statica.

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1999 140x25x30 marmo bianco di Carrara

Come raggiungere la leggerezza? Attraverso lo svuotamento del blocco marmoreo. Era più semplice cercare materiali come il metallo che si riduce docilmente in lamina o filo adattandosi a qualsiasi forma, invece Brugnera ha scelto il marmo, la pietra da secoli amata dagli scultori e che nella nostra cultura porta con sé l’idea del tutto tondo, del pieno piuttosto che del vuoto. In questo procedere contro corrente sta l’autonomia inventiva del giovane scultore, che tra gli artisti del passato non a caso ammira il grande Bernini: non c’è da stupirsi perché il ritmo dinamico ed inquieto, la dilatazione dei corpi nello spazio secondo un movimento avvolgente, tanto per citare alcuni degli aspetti più importanti dell’opera del grande artista barocco, sono anche elementi del linguaggio scultoreo, senza dubbio personale ed attuale, di Angelo Brugnera.

Le sue sculture nascono da meditate riflessioni e la loro lavorazione è, credo, una lenta, amorosa e paziente azione sulla pietra. Lo scultore predilige il blocco squadrato, che non indirizza con la sua forma iniziale, lo fora in un punto e da quell’orifizio inizia la ricerca della forma finale, levigando gradualmente la materia; a volte nel lungo percorso che porta alla meta si inserisce un gioco, uno scherzo: allora compare per esempio in qualche punto l’impronta di una mano, un particolare che solo l’artista sa di vedere e che diventa una sfida per la nostra capacità d’osservazione. Brugnera lavora il marmo fino a produrre ali sottili che si protendono nello spazio prolungando il loro moto fluttuante all’infinito. E’ proprio il movimento uno degli aspetti pregnanti di  queste opere: è un movimento a spirale, che torna su sé stesso e contemporaneamente tende a dilatarsi nello spazio circostante. Sono corpi che si lasciano avvolgere dall’aria, corpi in cui il vuoto è più presente del pieno e in cui l’alleggerimento si fa estremo. Le forme, pulite, sembrano accarezzate da una morbidezza delicata: tutte le superfici sono levigate, ma non lucide, cosicché la luce non si specchia, ma scorre fuori e dentro come l’aria, in un gioco di sfumati chiaroscuri. L’occhio perciò viene portato a scivolare con continuità, senza brusche interruzioni in un movimento avvolgente e ininterrotto, accentuato dalle spire o volute: a volte ci si trova in un abbraccio tenero come nella Maternità o nella Danza di ali, oppure si avverte uno sfiorare che ci abbandona vicino a Sull’onda, altre volte si prova una stretta inquietante guardando Danza carnale.

Le opere di Angelo Brugnera ci  si offrono come oggetti biomorfi, che fanno immaginare creature  marine fluttuanti. Sono corpi astratti e senza tempo. Sono anche, a mio parere, fortemente allusivi e trasmettono, anche se non scoperta, una forte carica sensuale, facendoci evocare, superata la prima impressione di acquaticità, non più esseri naturali quanto piuttosto situazioni emozionali intime.

La visione di questi lavori quindi non deve essere frontale e nemmeno può accontentarsi di un colpo d’occhio; bisogna girare intorno a queste forme, perché da ogni angolazione ci derivano sensazioni diverse di vitalità, sensualità e direi di spiritualità: sono creature vive, suggestive ed emozionanti.

Tiziana Pauletto

Guido Fantuz e Dante Turchetto – Ancona 11 settembre 2009 Atelier dell’Arco Amoroso

L’interesse dell’evento “Forma e colore” in cui presentano le loro opere i friulani Guido Fantuz (pittore) e Dante Turchetto (scultore) scaturisce da una serie di motivazioni artistiche e culturali, prime ovviamente le valenze estetiche e la portata contenutistica della mostra stessa: innanzi tutto l’esposizione apre un seppur piccolo spaccato sulle arti figurative friulane, frutto di un’area territoriale piuttosto propositiva e vivace ma solitamente poco nota al di fuori dei suoi confini perché decentrata a livello nazionale e non cittadina: è noto che le città hanno sempre funzionato come motori dell’informazione culturale  e  artistica e del mercato che con essa si muove.

Un secondo motivo di importanza è uno dei principali obiettivi della mostra che nelle intenzioni degli espositori vorrebbe essere la prima di una serie che vedrà, in seconda battuta, artisti marchigiani portare i loro lavori in Friuli Venezia Giulia e viceversa: ne verranno un dialogo e dei viaggi  promettenti  scambi ricchi di spunti e di sviluppi per entrambe le realtà territoriali. A questo proposito va ringraziato Sandro Setti che si è adoperato per portare a buon fine il primo appuntamento, questo di stasera.

Prima di affrontare l’esame delle opere dei due artisti vorrei accennare a due aspetti che fanno luce sulla loro personalità; il primo è l’amicizia che li lega: un sodalizio umano ed artistico, fatto di conversazioni, discussioni, di progetti realizzati insieme, di collaborazione fattiva, anche semplicemente manuale, che dura da circa 23 anni e che ha prodotto anche questa mostra: non ci troviamo oggi perciò di fronte ad una estemporanea associazione. Ad accomunarli inoltre, pur nella  evidente diversità nel sentire, è anche il percorso di crescita artistica sviluppato parallelamente  alla vita professionale. Hanno studiato arte, hanno creato il loro bagaglio estetico e  rinvenuto i loro modelli non attraverso studi tradizionali, ma nell’ esperienza, attraverso incontri e visitazioni dei grandi maestri contemporanei e del passato, e non ultima la frequentazione di  corsi. Entrambi possono enumerare nel loro curricolo numerose ed importanti mostre collettive e personali e in particolare Dante Turchetto è autore di un certo numero di monumenti pubblici tra i quali è anche in progetto un’opera per l’altare della chiesa di Poggio di Ancona e del suo battistero.

Ciò che conta ed è patrimonio di entrambi è la ricerca di una propria maniera di espressione attraverso un’arte, non istinto incontrollato, non stesura di campiture casuali o abbozzo di forme estemporaneo, ma ricerca di ordine, di armonia, con perizia tecnica. Questo è un bisogno impellente, una volta scoperto, ed è allo stesso tempo “virtù” sociale” perché si propone, comunica con gli altri, li fa discutere, li commuove oppure li provoca, creando comunque legami, pensieri, emozioni e lasciando tracce dietro di sé. Il tempo dell’esperienza e della ricerca costituiscono quindi l’essenza dell’opera dei due artisti.

PICT7184GUIDO FANTUZ

Nei quadri di Guido Fantuz natura e umanità sono i temi che si svelano in una dimensione espressiva piuttosto che descrittiva: farfalle dai gialli squillanti e solari, monti e colline immersi in atmosfere lunari o di luci abbaglianti,  nature morte dagli oggetti rosso fuoco, vele che solcano acque e diventano un tutt’uno con esse. Gli elementi scelti per la figurazione appartengono tutti alla quotidianità del pittore, che ama le passeggiate nei boschi o sul litorali e l’immergersi nella natura. I  soggetti,  anche quando fanno parte della tradizione pittorica classica come le nature morte –  perché non dimentichiamolo Fantuz è innanzi tutto pittore –   sono  colti nella loro essenzialità e isolati da un contesto realistico: intravediamo farfalle, case, barche, bottiglie ma nel guardare non è l’oggetto in sé  a colpirci,   quanto l’insieme di emozioni che manda il quadro.

L’elemento di forza delle composizioni di Fantuz è infatti non tanto il tema, il contenuto, ma il colore. Esso è l’attore principale che sconvolge la figurazione e la trasporta in una dimensione altra rispetto alla verosimiglianza con la realtà.

La stesura del colore avviene per colpi veloci –  direi gestuale –  le pennellate sono larghe e materiche, le campiture estese e spesso accostate per contrasto cromatico: blu cobalto, oltremare e di prussia esaltano e sono accesi a loro volta da gialli e  rossi vivi  e vibranti. Il tutto poi  si mitiga grazie ai grigi colorati che creano nella composizione delle pause necessarie.

La linea è loro compagna di gioco. Interviene nella scena sul colore  sfrangiandolo: è un tratto obliquo e spezzato che produce un forte dinamismo, come se da un punto centrale del quadro ci venisse scaraventata addosso una grande energia. Siamo infatti letteralmente tirati all’interno di un dramma, cioè di un’azione che si spiega anche nella genesi e nella lavorazione dell’opera: il pittore stende inizialmente delle campiture di base, solitamente rosse e gialle, poi  forma una figura – pressoché compiuta –  che gradualmente copre e annulla col colore, finché dell’elemento naturalistico si scorgono solo alcune parti: l’artista, dopo esserne appropriato,   trasfigura il dato reale secondo una verità profonda, quella stessa che è dentro ciascuno di noi.

E’ la ricerca di quel qualcosa che si cela dietro all’apparenza delle forme che da sole non soddisfano più, qualcosa che è nello stesso colore e nella linea, che non si riconosce nel simulacro, nel ricordo della realtà, ma le cui radici  sono ancora saldamente aggrappate ad essa. E’quindi  un processo di appropriazione di ciò che si vede per arrivare a ciò che si vive e si sente.

Direi che gli oggetti sono solo l’incipit nella lirica di Guido Fantuz, che esplode fuori dalla tela al ritmo della linea e al timbro del colore, investendoci  con emozioni forti, robuste e a volte inquiete, con sentimenti di  un uomo  che si interroga su se stesso, ma che sa raggiungere anche momenti di autentica serenità e di gioia.

DANTE TURCHETTO

La  scultura  di Dante Turchetto spazia dal legno all’argilla,  dalla pietra al bronzo e, pur nelle diversità legate alle caratteristiche tecniche intrinseche ai materiali che utilizza, le sue opere presentano caratteri formali costanti volti ad  una ricerca di sintesi e di leggerezza, che muovendo da una base figurativa –   il corpo femminile –  è orientata al simbolo.

Un processo di astrazione,  dunque,  tanto più evidente quanto più ci si sposta nella visione dei lavori dalle terrecotte al legno e dal legno al bronzo.

Le opere lignee infatti sono figure femminili slanciate e sottili,  appena  caratterizzate, dai volti lisci e stilizzati; le vesti aderiscono ai corpi, avvolgendoli come pellicole o come veli,  purificandoli dalla loro fisicità ed elevandoli ad icone di una femminilità ideale. All’ascesa è indotto anche l’occhio, che segue le superfici appena increspate o levigate su cui la luce scivola come una brezza, una brezza che a volte si fa vento e percuote le sculture. Esse però come antiche colonne e pilastri si oppongono ad esso, immobili in una ieraticità quasi divina, portatrici di una fiera bellezza e –  quasi dee di un Olimpo contemporaneo –  si isolano dallo  spazio circostante,  immuni allo scorrere del tempo.

Un discorso apparentemente diverso va intrapreso per i piccoli bronzi che qui sono esposti. Turchetto con il metallo si spinge oltre nella conquista della leggerezza. Queste opere nascono in un unico esemplare in quanto il modello iniziale in cera è plasmato direttamente, comprese le incisioni che corrono lungo le superfici, e non è un calco: è già esso stesso quindi una forma compiuta che viene sacrificata nella fusione. Se le forme ci riportano ad un ideale di grazia e di spiritualità,  l’idea da cui hanno origine i bronzi sembra opposta a quella che suggeriscono le opere lignee o le terre:  in essi infatti non appare protagonista la figura, cioè il pieno, ma la sua impronta, ciò che la riveste. L’attore principale quindi dovrebbe essere il vuoto. In realtà esso non è tale, non è vuoto, perché il velo non è veste senza un corpo, anche se solo immaginato e questi lavori indubbiamente svelano, nella loro modellazione, un corpo, o meglio, la sua memoria. Allo stesso tempo sono fogli leggeri, aperti, illuminati su un lato, dolcemente e profondamente chiaroscurati nell’altro: testimoniano un corpo che non c’è, ma che si fa percepire, quasi fossero una “Sindone”. Essi ci immergono in un mondo ancora una volta divino, aereo e sfuggente, a noi precluso perché privi di tanta grazia e forza.

Forza infatti sono queste divine presenze, fieramente salde nel soffio del divenire, emblemi di costanza di stile e fedeltà ad un modello di bellezza. Turchetto ce li propone e  mostra così di essere un artista forte.

Ancona 11 settembre 2009                                                                                        Tiziana Pauletto

Luigi Marcon a Gruaro, 3 Settembre 2005

Luigi Marcon è un viaggiatore sentimentale: qualunque sia la sua destinazione, esplora il paesaggio attratto dalla ricerca dell’ autentico e dell’inviolato. Curiosità e sentimento muovono i suoi passi in cerca  di luoghi nascosti o di punti di vista inusuali. Nel suo camminare (e quale altro modo di spostarsi può concedergli di captare la varietà dei colpi d’occhio, i mutamenti d’atmosfera, di luci, ecc.?) Marcon si fa assorbire dal paesaggio. Contemplazione e partecipazione fanno sì che immagine naturale e mentale coincidano, che le forme della natura vivano e si trasfigurino insieme: come scrive in un suo saggio Raffaele Milani “Il paesaggio e l’immaginazione procedono insieme, solerti e generosi amici”. Quella serie di elementi separati che formano un paesaggio diventano  un unicum di percezioni, ricordi e sentimenti: ci  troviamo di fronte ad alberi solitari o a scorci di case isolate, a corsi d’acqua, a castelli, ad abbazie quasi per caso, come se fossimo giunti in quei luoghi di soppiatto e li guardassimo da dietro una siepe, immersi in una luce a volte intensa, estiva, a volte avvolti nelle brume autunnali, attenti a non far rumore, a respirare piano per non turbare quei luoghi assorti. Ci sembra di ricevere un dono particolare: la visione di un attimo irripetibile che  l’incisore ha saputo fermare, catturandolo con uno sguardo pensoso e proiettandolo in un tempo sospeso. Proviamo una meraviglia devota  per un paesaggio dove l’uomo non è mai presente, ma ha lasciato le sue tracce più vive. Alla natura di Marcon appartengono aspetti di sacralità, di inviolabilità che sono propri dei caratteri introspettivi, il cui dialogo con il creato è esclusivo, intimo.

Un altro aspetto che non deve stupire nella vasta produzione incisoria dell’artista è la varietà dei paesaggi: se viaggiare è scoprire, viaggiare è anche consegnare alla memoria, conservare emozioni, custodire un’apparenza che muta non solo per il variare della luce nel giorno o delle stagioni, ma anche per gli accidenti naturali e ancor più, purtroppo, per l’azione distruttiva dell’uomo. Queste opere si caricano quindi di un ulteriore valore, non artistico, ma storico: sono un documento. Pur descrivendo un particolare luogo  e rendendolo riconoscibile, essi trasmettono la commozione che la natura sa dare quando è guardata con gli occhi dello spirito. E’ l’esperienza emozionale dell’artista insieme alla sua grande ed inequivocabile maestria nell’arte dell’incisione che ce la procura.

Tra le varie tecniche calcografiche Marcon  predilige la combinazione di acquaforte ed acquatinta: la prima fissa la struttura disegnativa, mentre la seconda riempie le superfici comprese tra i segni con mezzi toni e varie gradazioni, che si espandono di solito per zone campite nettamente, in quanto si lavora la lastra con pennello e  vernice e quindi non si  ottengono passaggi chiaroscurali continui. L’artista  conosce così bene la tecnica incisoria che riesce a produrre la massima resa pittorica e  sfumature le più sottili, attenuando le differenze nette tra una campitura e l’altra. Ottiene questo risultato combinando un segno che tratteggia largo,  obliquo e libero, senza pentimenti, fresco e rapido, sfruttando   linee che muovono le zone troppo compatte, e procedendo per continue coperture e morsure, almeno quattro o cinque, anche se sembrerebbero di più, che, passando dal bianco assoluto al nero per una varia gamma di grigi, producono in chi guarda la sensazione di “vedere a colori”.

Non bastano disegno  e campiture di varie gradazioni a rendere così “veri” i paesaggi di Marcon, direi quasi più veri della realtà. Il tutto è regolato dalla sapiente composizione che sa sfruttare i giochi dei contrasti luminosi e gli equilibri e i rimandi tra zone chiare e  scure.

La poesia scaturisce quando l’intento descrittivo si ferma e lascia spazio all’immaginazione: tecnicamente ciò si traduce in un segno che suggerisce, piuttosto che disegnare minuziosamente tutti i contorni e le forme, per cui il tronco dell’albero sale e la chioma si intuisce, nel prato si alzano masse di varia densità, cespugli quasi astratti, la casa ha porte e finestre, ma di quest’ultime si vede solo una macchia bianca contro un muro nero, spiraglio di luce e di aria; aria che muove le composizioni, che sfiora  e attraversa tutto, alleggerendo anche le forme solide, e che con le sue atmosfere  ci riporta in una tradizione tonale tipicamente veneta.

“…Nel suo camminare Marcon si fa assorbire dal paesaggio. Contemplazione e partecipazione fanno sì che immagine naturale e mentale coincidano, che le forme della natura vivano e si trasfigurino insieme. E’ un attimo irripetibile che  l’artista sa fermare, catturandolo con uno sguardo pensoso e proiettandolo in un tempo sospeso: alberi solitari, scorci di case isolate, corsi d’acqua, castelli, abbazie, immersi in una luce a volte intensa, estiva a volte velati dalle brume autunnali…Da qui scaturisce la sua poesia.”

Tiziana Pauletto

Note biografiche:

Lalbero ED04, 397x296 mm
L’albero ED04, 397×296 mm

Luigi Marcon, nato a Tarzo nel 1938, opera ed espone in permanenza a Vittorio Veneto, Saletta della Grafica e laboratorio di incisione in via Manin, 39. Dal 1960 partecipa a molte rassegne di grafica nazionali ed internazionali conseguendo importanti riconoscimenti;   allestisce numerose personali in Italia e all’estero. Si è dedicato inoltre a lungo all’insegnamento di tecniche calcografiche. Nella sua principale attività, oltre che pittore, ha realizzato oltre 4000 matrici. Ne esegue personalmente la stampa con torchio a stella, normalmente in venti esemplari e ne biffa la matrice a tiratura ultimata.

Successo della strega Alfreda a Pordenone Legge

Un pubblico numeroso ed entusiasta, tra cui molti bambini, ha stipato la bella sala sotterranea del negozio “Arti e Mestieri” di Stefania Roncadin a Pordenone.

la sala sotterranea del negozio Arti e Mestieri (dettaglio)
la sala sotterranea del negozio Arti e Mestieri (dettaglio)

Fabrizio Furci alla chitarra durante la lettura della fiaba
Fabrizio Furci alla chitarra durante la lettura della fiaba

Renato Pauletto e Tiziana Pauletto, commentati musicalmente dalle melodie spagnoleggianti di Fabrizio Furci alla chitarra, hanno raccontato la storia dell’intraprendente strega ad adulti e bambini.

I commenti sono stati entusiastici, sia per la qualità della performance che per la mostra allestita nei locali del negozio che raccoglie oltre 50 opere (non solo le tavole originali con le illustrazioni della fiaba, ma anche acrilici) dell’artista Tiziana Pauletto.

Renato Pauletto in un momento della narrazione
Renato Pauletto in un momento della narrazione
Da sinistra a destra: la critica Alessandra Santin, Tiziana Pauletto, Renato Pauletto, Stefania Roncadin, proprietaria del negozio
Da sinistra a destra: la critica Alessandra Santin, Tiziana Pauletto, Renato Pauletto, Stefania Roncadin, proprietaria del negozio

La performance è stata introdotta da Alessandra Santin, la quale, come sempre, ha ben illustrato gli intenti degli autori e la pittura esposta. Presente il presidente del Lions Club Pordenone NAONIS, che ha collaborato alla riuscita dell’iniziativa.

Tiziana Pauletto al lavoro durante il laboratorio di illustrazione
Tiziana Pauletto al lavoro durante il laboratorio di illustrazione

Grande successo ha riscosso anche il laboratorio di illustrazione diretto da Tiziana Pauletto, che ha coinvolto il giovane pubblico, che ha rivelato sorprendenti doti artistiche. Piccoli artisti hanno portato con sè nelle loro case le proprie interpretazioni della fiaba, ornandole con piccoli capolavori.

Giulio Gasparotti: presentazione della mostra “Esperienze” a Villa Napoleon (Preganziol, TV), 12 Aprile 2008

Il critico Giulio Gasparotti
Il critico Giulio Gasparotti

Non è semplice formulare un giudizio sull’identità artistica e culturale di un pittore. Rendersi conto di ciò che lo accompagna nella ricerca del colore e dell’adattamento dell’idea al soggetto da realizzare.

Gran parte della pittura contemporanea finisce, anche se può sembrare strano, nelle biblioteche o negli archivi, e non nelle gallerie. Perché nasce a parole. E’ spiegata a parole. Rimane parola nei giornali e nelle riviste. Rimane parola nei market televisivi. Torna a parole nel ricordo. Anche se dipinta è pittura scritta.

Il motivo è che, spesso, il pittore si sceglie il padre che più gli conviene. E noi confondiamo l’effetto con il valore artistico.

La sorpresa di questa antologica, che l’artista ha chiamato “esperienze”, consiste nella rinascita del soggetto, nella sparizione degli incantamenti di senso, nella mancanza di effetti speciali, per una propria origine controllata.

Dalla realtà dei paesaggi, dei muri alla composita armonia di piani e di colori pieni dei ritratti e delle altre composizioni astratte, nel collage, si nota una partitura stretta di accordi e di risonanze. La scelta di accenti che purificano la materia pittorica nel modulare pieno, dicevo, e libero del colore che si concede in tutta la superficie del supporto, in uno slancio durevole e concorde.

Su legno, su faesite, su carta o cartone, il suo dipingere non si disperde, né si restringe da una dimensione all’altra del quadro. Diviene sonoro, intenso. Costruisce il proprio spazio. Diviene visione, nel cui equilibrio tutto si fa linguaggio.

Guardate i quadri da qualsiasi angolazione. Vi aggiudicate il colore, la forza della carica cromatica, che rifiuta l’unicum per il molteplice e dà alla luce una funzione costruttiva e dona luce alla profondità spaziale. L’indagine è come assorbita da ritmi che la scandiscono con forti segnali musicali, in quanto, mentre si realizza la struttura d’immagine, se ne allontana, sfuggendo ad una limitata visione dimensionale. Ma più importanti sono gli equilibri di magnetismo interno,  giocati su  particolari rispondenze di cromie (nei quadri abbinati) per cui alcuni colori tendono ad avvicinarsi e altri ad allontanarsi, creando quel molteplice già considerato, acquisizione linguistica di assoluta originalità.

Un dettaglio dell'allestimento
Un dettaglio dell'allestimento

Voglio dire che è sempre il colore, anche nei ritratti, che alla fine sono dei paesaggi, che nelle accentuazioni e nel leggero ondulato, tende a ricomporre un’architettura ideale scorrevole su un’asse che ne determina un piano d’orizzonte.

L’impianto è aperto e la ricchezza del tessuto pittorico è dovuta a una sapiente elaborazione della messa a fuoco concentrata sul fatto visivo o su quello percettivo. Il veder meglio nell’indefinito è una ricerca di espressione capace di stabilire i termini poetici del sentire, del dire in pittura, specie nella combinazione dei colori, che qui svela il mistero del colore, attraverso la possibilità di sembrare univoci e molteplici, rafforzati e variati, accostati come itinerario e matrice dell’immagine.

Dalla realtà dei paesaggi alle ultime composizioni, si può osservare come l’interpretazione formalistica si trasformi in interpretazione contenutistica perché le forme sono pur riconoscibili, costruite in una dimensione stilistica, la più appropriata tra quelle possibili.

Ogni opera si presenta con un suo modo di inizio, di elaborazione e di conclusione. E nell’astrazione la realtà non è dimenticata. Dipingendo ha sempre in mente i quadri precedenti, che trasfigura attraverso le pieghe e il sentimento del colore.

Le macchie che risaltano negli acquarelli si dissolvono nello spazio, mettendo in moto tutta l’esperienza, conquistata in una dimensione divenuta spessore dell’esperienza.

Esperienza, in pittura,  vuol dire ricerca, indagine, studio sistematico per approfondire, chiarire e verificare i modi espressivi e sottoporli al giudizio del pubblico.

La sua ricerca, in certi momenti si avvicina a un ismo. In altri, cerca una sintesi logica verso una dimensione estetica. Intermezzi che fanno parte dell’esperienza di chi sa portare avanti la stessa ricerca.

Il dipinto è un figlio al quale insegni a camminare e a parlare, finché parla e cammina da solo.

L’esperienza non può e non deve guardare un unico orizzonte, essendo il quadro un prodotto visibile e concreto del pensiero e dell’azione dell’autore. Ma è anche filosofia, segue la contemporaneità e si avvale della tradizione. E’ matrice ed erede insieme. E’ razionalità e sintesi. Non esiste alcun processo meccanicistico sul cosa e sul come comunicare emozioni e contenuti. E’ solo visione del mondo dal punto di vista di chi dipinge. E tutta l’arte è a modo suo astratta, perché riduce ogni atto della vita, della realtà, a presenza. Ho così cercato di entrare nel mondo di Pauletto, che rappresenta le sue opere in pronta cassa per la resa del resto avvenire. Concludo con un pensiero del filosofo danese Kierkegaard: – Ciò che si vede dipende da come si guarda. Poiché l’osservare non è solo un ricevere, uno svelare, è al tempo stesso un atto creativo.-

Ringrazio Tiziana Pauletto di avercelo fatto comprendere.

Giulio Gasparotti