Merik: importante retrospettiva nella sua città natale

Portogruaro dal 19 maggio al 23 giugno 2013 (pubblicato su “Archivio” del mese di giugno 2013)

Domenica 19 maggio, con grande successo di pubblico e di critica, si è inaugurata a Portogruaro, città natale del pittore, la retrospettiva su Merik, Eugenio Enrico Milanese (1937/2010) dal titolo Merik – Opere 1960/2010.

La mostra, che presenta oltre 120 lavori, è articolata su cinque sedi: Galleria “Ai Molini” dove sono esposti Opere dagli anni ’60 agli ’80, Il paesaggio e Le tematiche socioculturali; Municipio – sala delle colonne, in cui è ospitata La produzione astratta dall’89 al 2010; Foyer della magnolia del teatro cittadino “Luigi Russolo” in cui è sviluppato il tema della musica molto caro all’artista, infine Casa Pasquale che contiene una raccolta di disegni.

L’esposizione, a due anni circa dalla scomparsa, è un omaggio al pittore, noto non solo nel territorio del triveneto ma ben conosciuto anche all’estero, che ha partecipato attivamente con la sua opera d’artista e le sue idee alle attività culturali della città e anche al cittadino che spesso ha colloquiato con autorità e giornali sui problemi legati al benessere del territorio.

Si tratta della prima presentazione sistematica della produzione dagli anni ‘60 alla morte, pur con alcune esclusioni tra le quali il filone dell’arte sacra e della ceramica, esemplificata in alcuni pezzi. Si potevano seguire varie direzioni di indagine o di allestimento. Una di queste era quella di concentrarsi unicamente sulla produzione più significativa e lirica di Merik: l’acquerello, in particolare su quei pezzi astratto-geometrici che giocano sull’assenza del colore o su quelli di piccole dimensioni spesso accostati a testi poetici. Si è deciso invece di esplorare tutta la sua produzione pittorica, almeno per una volta, augurandoci  che questa sia la prima di altre iniziative che abbiano lo scopo di restituire un’immagine efficace dell’artista e della complessità della sua natura.

Le opere esposte provengono quasi esclusivamente dalla collezione di famiglia: la presenza massiccia di materiale di buon livello ci ha convinto a fermarci alla casa di Enrico Milanese senza ricorrere alle numerose tele presenti in collezioni private e pubbliche nazionali ed internazionali.

Nel corpus degli oltre cento lavori una parte risulta essere stata premiata a concorsi od ex-tempore o ha partecipato a collettive, altri invece sono inediti. Essi sono stati selezionati nell’ottica di entrare nel mondo delle idee e dei pensieri estetici e negli studi dell’artista: si troveranno quindi anche alcuni pezzi non particolarmente riusciti, tuttavia essi sono esemplificativi di un passaggio e a volte dell’anticipazione di un tema approfondito in anni successivi.

All’interno di ogni sezione tematica non sempre i dipinti appartengono allo stesso periodo, ma talvolta un pezzo precorre di qualche anno una produzione successiva molto nutrita oppure questa viene ripresa più tardi.

Un’altra questione riguarda le tecniche impiegate dall’artista: egli, pur prediligendo l’acquerello, che è presenza costante lungo tutta la sua attività dal 1957 al 2010, utilizza spesso anche olio e acrilico.

Infine un accenno alla personalità di Enrico Milanese: uomo curiosissimo di tutti gli aspetti della realtà, ma particolarmente legato alla cultura storico-religiosa e artistica del territorio e della sua città. Animo facile ad infiammarsi nelle questioni che riguardano politica e società, innamorato della gioventù e, per ciò, attento ai bisogni dei giovani e al loro futuro, ma anche vicino agli anziani dai quali, dice, c’è tutto da imparare.

Melomane appassionato, suonatore di tromba, ama la musica classica e quella popolare, non solo italiana. Viaggiatore col taccuino degli appunti in cui raccoglie spunti per la sua pittura, poco incline a farsi “influenzare” dagli artisti che frequenta e di cui visita le mostre, in quanto sostiene la necessità che ciascun pittore debba trovare “il proprio alfabeto espressivo” o “…il proprio modo di esprimersi: un’originalità in grado di trasmettere attraverso la forma, sentimenti e stato d’animo.” (Eugenio Enrico Milanese, 2006)

 

L’ esposizione

Nell’intento di ricostruire la personalità e la storia umana, oltre che artistica, di Enrico Milanese si è preferito organizzare le opere pittoriche per temi o generi, piuttosto che secondo il classico ordine cronologico, serbando questo criterio per il gruppo di lavori che vanno dagli anni ’60 agli ‘80 e, per quanto possibile, all’interno di ogni sezione tematica. Questa operazione consente al visitatore di rendersi conto dell’incessante lavorio di pensiero di Merik e del riproporsi ciclico di alcuni temi fondamentali nella sua opera e, non ultima, della varietà delle tecniche da lui preferite.

Si è pensato di accostare alle opere del periodo ’60/’80 anche i paesaggi veneto-friulani degli anni successivi per una ragione di continuità con la produzione piuttosto massiccia dei primi venti anni. Le altre sezioni raggruppano il figurativo dal tema a sfondo socioculturale che affronta problemi, purtroppo attuali, con il sorriso dell’ironia e per i quali suggerisce anche soluzioni personalissime, la produzione astratta, da considerarsi quella più lirica e importante, la musica che si presenta in varie soluzioni formali dal figurativo tradizionale ad una scomposizione delle forme che richiama il ritmo e l’andamento delle composizioni musicali, infine il disegno, pratica assidua e costante che accompagna tutta la produzione pittorica come schizzo, appunto o progetto ma che vive di una propria incantevole autonomia nel segno pulito e senza pentimenti della penna stilografica, inseparabile amica dell’artista.

In ogni insieme compaiono generalmente due o tre opere vicine per ambito espressivo o tematico, scelte sulle numerose che spesso coprono più anni di produzione. Alcuni argomenti sono stati trattati dall’artista per brevi ma intensi periodi di lavoro, altri invece sono trasversali all’attività di molti anni.

Tiziana Pauletto

Il catalogo

La mostra è corredata da un catalogo/guida a cura di Tiziana Pauletto. Le 96 pagine, nelle quali si possono ammirare 80 opere a colori, sono organizzate per sezioni anche nella stesura del testo in modo tale che il visitatore possa “leggere” passo passo le opere. La parte iniziale ospita, oltre al tradizionale saluto dell’autorità cittadina, cinque pagine a memoria di cari amici del pittore che rendono un ritratto particolarmente felice di Enrico Milanese. L’apparato finale completa l’approccio all’uomo, oltre che all’artista, con una serie di scritti autografi che portano chi legge dentro le idee di Merik sull’arte e sulla società. Una biografia piuttosto dettagliata, l’elenco delle mostre e dei premi e un’antologia critica scelta tra i numerosi scritti sull’artista chiudono il catalogo. La fotografia è curata da Mario Santilli  e la grafica da Silvia Sarvese.

 

 

Eugenio Enrico Milanese

 

Eugenio Enrico Milanese, in arte Merik, nasce a Portogruaro nel 1937. Il suo ingresso nel mondo delle arti visive come pittore avviene nel 1957 quando viene selezionato per una mostra di giovani pittori veneti dalla Galleria Comunale di Venezia “Bevilacqua La Masa”. La circostanza gli fa conoscere e frequentare numerosi artisti. Negli anni Sessanta soggiorna per un lungo periodo in Svizzera e in Germania inserendosi nell’ambiente artistico dei due paesi. Partecipa quindi a molte collettive e organizza personali in varie città italiane ed estere. Parallelamente raccoglie anche numerosi riconoscimenti in concorsi di pittura nazionali ed esteri e le sue opere vengono acquisite da enti pubblici e privati.

Interviene spesso, con un impegno e successo riconosciuti, nelle manifestazioni culturali della sua città: Festival Internazionale di Musica da Camera di Portogruaro, Fiera di S. Andrea, Estate Musicale. Per questi eventi il pittore realizza illustrazioni di manifesti, stendardi a tema, opere su tela, ceramica, vetro.

La sua opera spazia dalle tecnica dell’olio all’acrilico, all’acquerello, dal vetro alla ceramica e, per quanto riguarda le tematiche, si muove con disinvoltura dal figurativo all’astratto geometrico, dal racconto satirico alla fiaba, dalla musica alla poesia: un particolare percorso è costituito dagli innumerevoli acquarelli associati a poesie di autori italiani e stranieri a lui particolarmente cari, non esclusi i dialettali. Muore nel 2010.

Sedi dell’esposizione

Galleria “Ai Molini” Dagli anni ’60 agli ’80 – Il paesaggio – Le tematiche socioculturali

Municipio, Sala delle colonne  La produzione astratta

Teatro “L. Russolo”, Foyer della magnolia  La musica

Casa Pasquale, Il disegno

 

Il catalogo si può richiedere alla famiglia Milanese

e-mail carlo.milanese@systecdesign.com

Tel. 0421 74348

Prossimi approfondimenti con stralci dal catalogo in queste pagine.

 

 

Alberto Pasqual e Walter Zaramella a Gruaro il 3 settembre 2011

Ecco di seguito la mia presentazione alla mostra dei due validi artisti e qualche foto delle opere. le foto sono di Mario Santilli

ALBERTO PASQUAL GRUARO 2011

Spesso oggi lo scultore che sceglie il metallo, in particolare ferro o acciaio,  compone le sue opere per assemblaggio, utilizzando parti d’oggetti o facendo produrre manufatti appositamente studiati: è l’arte del NON FARE, il NOT MAKING; in poche parole lo scultore è regista e progettista di un’opera che fa realizzare a chi è più bravo di lui nella tecnica della lavorazione del metallo. Non è così Alberto Pasqual che pur ha sperimentato la condizione di esecutore e compartecipe di un progetto, quello del monumento a Marco Pantani che si trova sulla salita del Montirolo in Valtellina, progettato da Michele Biz e Alessandro Broggio.

L’artista sacilese disegna e realizza le sue opere, attualmente e principalmente in ferro (ma lavora anche bronzo e terra), avvalendosi delle sue ottime competenze tecnico-esecutive legate alla professione che svolge: il fabbro.

Se si guarda la produzione artistica dal medioevo ad oggi, sono rari gli scultori che hanno scelto il ferro come materiale per esprimersi, tanto che esso, classificato nelle arti minori come “ferro battuto”,  dal XII secolo è stato utilizzato soprattutto per inferriate e cancelli fino alle decorazioni liberty,  e sono pochissimi i contemporanei cimentatisi nella scultura in ferro a tutto tondo. La ragione potrebbe essere legata  al suo peso che ne limita la manovrabilità, alla tendenza ad arrugginirsi, o forse, più probabilmente, alle difficoltà di lavorazione.

Uno dei valori aggiunti delle sculture di Pasqual sta nel mettersi alla prova con una materia non canonica e nel farla uscire con successo dagli usi consueti, sfruttando il fuoco per plasmare, modellare, tagliare, squarciare  il blocco come fosse materia docile, quasi una plastilina su cui un dito o un ferro deciso si imprime e scivola.

I pezzi di Pasqual si impongono per una potenza aspra, d’impatto tattile, e fanno scaturire sensazioni e ricordi di fucine, di sudore e visioni di fuoco.

Ed è proprio col fuoco che l’artista lavora  incidendo profondamente il blocco, che si articola in fessure profonde le quali aprono variamente, ma per lo più in linea retta, i volumi. Non si può certamente definire di superficie questa scultura! Lo scultore sacilese non fa parte di quella schiera di artisti che, alla ricerca della leggerezza, riducono il metallo in sottili lamine o fogli svolazzanti: egli lavora sullo slancio in verticale, sul longilineo, mi riferisco in particolare ai guerrieri, rispettando la fierezza  del ferro e agisce sulla sua massa, ma non toglie sostanza. Le sue figure, guerrieri o parallepipedi, sezioni di sfera, ecc. interagiscono energicamente con lo spazio circostante, fendono l’aria, la sferzano anche quando predomina lo sviluppo in altezza: essi si mostrano allo spettatore come monoliti forati e consumati dall’erosione di acqua e vento, come certi calcari carsici, metafore di una lotta strenua per la vita, riparati a malapena dal loro scudo e sprovvisti di elmo, privi  (o privati?) spesso degli arti, essenziali nel loro significato di resistenza.

Un filo robusto lega due produzioni apparentemente distanti, quella figurativa degli anni passati e quella geometrizzante “astratta” attuale, che è a mio parere, senza nulla togliere alla precedente, valida e comunicativa, molto più personale e intrigante: l’idea della guerra, e per contrasto  della vita, intesa come battaglia perla sopravvivenza. Ipezzi e i guerrieri sembrano la risultanza di uno scontro titanico, superstiti di una civiltà futura sconvolta i primi, quasi personaggi mitologici i secondi.

E’ un impatto che provoca lacerazioni, è la visione di ferite che lasciano guardare oltre i corpi squassati,  a volte il taglio si fa foro, oppure sono squarci che si rimarginano lasciando scanalature e abrasioni che articolano superfici lucide. Ne vengono effetti di bagliori e oscurità, di chiaroscuro accentuato che amplificano la drammaticità.

I tagli e le ferite quindi sono la sostanza, la parte ineludibile,  integrante e complementare, delle geometrie pulite di parallelepipedi e di cerchi, dallo scudo del guerriero alla sezione di sfera, come a dire che la nostra esistenza è insieme tranquillità e inquietudine, sistema e ribellione, sofferenza e serenità, unione e spaccatura.

Infine il colore: siamo abituati all’effetto delle terre e del bronzo, ma il nero del ferro, e la ruggine che assume varie sfumature, sono suggestivi; in particolare il nero, o l’effetto ematite nelle sculture lucidate, è potente, conferisce  ulteriore vigore  che produce uno scuotimento interiore, ben oltre i significati metaforico-simbolici, pur importanti, che l’artista dà ai suoi lavori.

Gruaro 3 settembre 2011                                                                   Tiziana Pauletto

WALTER ZARAMELLA GRUARO 3 SETTEMBRE 2011

Grigi colorati, bruni e ocre incontrano blu e azzurri cielo, fasce dalle campiture marezzate dischiudono nel loro cuore una figurazione apparentemente accennata: agglomerati di case, portoni di vecchie officine ormai dismesse, panni stesi sopra strette vie di borghi popolari, alberi maestosi ben ramificati, trattati a pennello e spatola. La zona centrale di ogni dipinto, nelle sue forme inizialmente non percepite come tali, ma come sensazioni di colore, affiora gradualmente alla consapevolezza dello sguardo, grazie alle tinte progressivamente più chiare dello sfondo. I bianchi, a volte lievemente colorati, altre volte candidi,  ben dosati e spesso trasparenti,  illuminanola scena. Lineeaccennate  da un pennello veloce e ripartizioni geometriche non invadenti disciplinano una materia informale. La generale predilezione per un andamento orizzontale dispone, assieme a tinte mai eccessivamente urlate, alla tranquillità e alla riflessione.

Un sussulto si  accenna quando l’occhio si approssima al centro più dinamico e costruito con  zone di colore sfrangiate e colpi di pennello o spatola o rullo,  che muovono la superficie fino a placarsi nelle zone marginali del quadro.

L’oggetto, che è argomento di ogni opera, si presenta quindi come un fantasma, una apparizione sfuggente all’occhio, ma forte e intensa che trattiene la visione e costringe l’osservazione ad una penetrazione progressiva, che suscita e porta in superficie emozioni o immagini a volte sepolte nel profondo.

Esse  emergono dal flusso ininterrotto dei ricordi, spesso vaghi e inafferrabili: è un portone di officina dove si riparavano le biciclette che ci riporta al lavoro d’artigiano che vi si svolgeva e al rapporto personale diretto tra  proprietario del mezzo e  meccanico. E quasi sentiamo i rumori, respiriamo l’odore di copertone, d’olio minerale, ci immaginiamo le parole e i discorsi sull’ultima partita della squadra locale, o sul maltempo ecc. che immancabilmente coinvolgevano i due, oppure sono lenzuola stese che ci recano voci di donne, e via così, fino ad alberi maestosi sotto i quali molti di noi hanno riposato, rievocanti una natura goduta e godibile… Insomma la nostra immaginazione viene catturata dai luoghi o dagli oggetti ricreati dal pennello di Zaramella e viaggia aiutata proprio da quelle figure accennate che non la obbligano in forme nette, guidata nelle sensazioni dalle pennellate e dalle spatolate che cancellano ciò che prima c’era. Il nostro è un viaggio libero, ciascuno con i propri personali ricordi e sensazioni, ciascuno nel suo microcosmo interiore, eppure comune a tutti nelle esperienze.

E’ un mondo lontano, sì, lontano nel tempo reale, ma vivissimo nella nostra mente, lirico nel suo presentarsi e modesto, quotidiano nella sua sostanza e perciò ci raggiunge.

Così come è carico di emozioni per l’artista, che ripercorre la sua infanzia, altrettanto importante è per noi in quanto ci riporta a un passato di rapporti umani semplici, veri e cordiali.

Non favole fanciullesche quelle di Zaramella, nemmeno dolciastre e inautentiche commemorazioni: lo dimostra il fatto che nella recente produzione vi siano riprese dall’alto di città moderne e navi all’attracco, testimoni dell’interesse per il contemporaneo e del sentirsi cittadino del mondo attuale.  Potremmo definire queste opere  “paesaggi della memoria e dell’inconscio”: essi scaturiscono credo dalla necessità condivisibile di fissare un passato o un ambiente, quando tratta della natura, sentito più autentico di quello in cui molti di noi vivono, ricreato nella certezza che pur essendo inafferrabile non può essere perduto.

Una situazione simile ma diversa, a mio parere, nei contenuti concettuali, si ricrea in alcuni lavori recentissimi in cui l’impressione visiva è che tutto si muova molto velocemente e fugga da noi come se la dimensione temporale fosse accelerata e ci trovassimo a carpire di quel che passa solo alcune vestigia, in un tentativo improbabile di fermo-immagine. Questi paesaggi ci calano nell’attualità dai ritmi accelerati, che non consente di vivere profondamente ma costringe alla superficie. E’ un percorso appena iniziato, preludio di un ulteriore passo verso la pittura astratta e in direzione di nuove dimensioni di pensiero? Attendiamo con curiosità gli sviluppi.

Gruaro 3 settembre 2011