Le chine

Le chine, circa 50, sono nate a corredo di un ciclo di poesie e racconti di Renato Pauletto, omonimo nel cognome ma non parente, collega e amico, poeta e scrittore portogruarese. Per Renato ho illustrato anche tre racconti brevi, tutti ben piazzati nei concorsi internazionali di Bordano.  In questo caso, l’idea era di creare un piccolo libro in bianco e nero sul mondo della bicicletta, accostando amatori e non del ciclo (adulti e bambini), alla biruota attraverso il linguaggio immaginifico, metaforico e analogico della poesia e del racconto breve. Non abbiamo ancora trovato un editore, ma ci piacerebbe…          Le chine sono nate sporcando  di inchiostro di china nero  dei mezzi limoni.

 La sella s’impennò

La sella s’impennò,

la ruota anteriore

minacciò di andare da sola,

il fanale disse di sì,

il campanello diede il via,

i freni si fecero largo, la ruota sgommò,

anzi sgasò,

 poi disse che

non era questione di odori

ma di seminare coi gas

gli inseguitori!

lasellas'impennò

 

 

 

 

 

 

 

Pedalò

-Smettiamo di pedalare

tanto l’orizzonte

è sempre lo stesso!

– Guai! Noi siamo il

motore delle onde!

 Pedalò

 

 

 

 

 

 

 

Fatta una curva

 Il ciclista che se ne va via

fatta una curva va in galleria

la galleria finisce in un libro

volta la pagina, ed in equilibrio

c’è Coppi che appena lo vede pedala,

fatta una curva una coppia da sola,

una coppia rosa, come il ghepardo,

 fatta una curva taglia il traguardo.  fattaunacurva

 

 

 

 

 

 

 

 

Luigi Marcon a Gruaro, 3 Settembre 2005

Luigi Marcon è un viaggiatore sentimentale: qualunque sia la sua destinazione, esplora il paesaggio attratto dalla ricerca dell’ autentico e dell’inviolato. Curiosità e sentimento muovono i suoi passi in cerca  di luoghi nascosti o di punti di vista inusuali. Nel suo camminare (e quale altro modo di spostarsi può concedergli di captare la varietà dei colpi d’occhio, i mutamenti d’atmosfera, di luci, ecc.?) Marcon si fa assorbire dal paesaggio. Contemplazione e partecipazione fanno sì che immagine naturale e mentale coincidano, che le forme della natura vivano e si trasfigurino insieme: come scrive in un suo saggio Raffaele Milani “Il paesaggio e l’immaginazione procedono insieme, solerti e generosi amici”. Quella serie di elementi separati che formano un paesaggio diventano  un unicum di percezioni, ricordi e sentimenti: ci  troviamo di fronte ad alberi solitari o a scorci di case isolate, a corsi d’acqua, a castelli, ad abbazie quasi per caso, come se fossimo giunti in quei luoghi di soppiatto e li guardassimo da dietro una siepe, immersi in una luce a volte intensa, estiva, a volte avvolti nelle brume autunnali, attenti a non far rumore, a respirare piano per non turbare quei luoghi assorti. Ci sembra di ricevere un dono particolare: la visione di un attimo irripetibile che  l’incisore ha saputo fermare, catturandolo con uno sguardo pensoso e proiettandolo in un tempo sospeso. Proviamo una meraviglia devota  per un paesaggio dove l’uomo non è mai presente, ma ha lasciato le sue tracce più vive. Alla natura di Marcon appartengono aspetti di sacralità, di inviolabilità che sono propri dei caratteri introspettivi, il cui dialogo con il creato è esclusivo, intimo.

Un altro aspetto che non deve stupire nella vasta produzione incisoria dell’artista è la varietà dei paesaggi: se viaggiare è scoprire, viaggiare è anche consegnare alla memoria, conservare emozioni, custodire un’apparenza che muta non solo per il variare della luce nel giorno o delle stagioni, ma anche per gli accidenti naturali e ancor più, purtroppo, per l’azione distruttiva dell’uomo. Queste opere si caricano quindi di un ulteriore valore, non artistico, ma storico: sono un documento. Pur descrivendo un particolare luogo  e rendendolo riconoscibile, essi trasmettono la commozione che la natura sa dare quando è guardata con gli occhi dello spirito. E’ l’esperienza emozionale dell’artista insieme alla sua grande ed inequivocabile maestria nell’arte dell’incisione che ce la procura.

Tra le varie tecniche calcografiche Marcon  predilige la combinazione di acquaforte ed acquatinta: la prima fissa la struttura disegnativa, mentre la seconda riempie le superfici comprese tra i segni con mezzi toni e varie gradazioni, che si espandono di solito per zone campite nettamente, in quanto si lavora la lastra con pennello e  vernice e quindi non si  ottengono passaggi chiaroscurali continui. L’artista  conosce così bene la tecnica incisoria che riesce a produrre la massima resa pittorica e  sfumature le più sottili, attenuando le differenze nette tra una campitura e l’altra. Ottiene questo risultato combinando un segno che tratteggia largo,  obliquo e libero, senza pentimenti, fresco e rapido, sfruttando   linee che muovono le zone troppo compatte, e procedendo per continue coperture e morsure, almeno quattro o cinque, anche se sembrerebbero di più, che, passando dal bianco assoluto al nero per una varia gamma di grigi, producono in chi guarda la sensazione di “vedere a colori”.

Non bastano disegno  e campiture di varie gradazioni a rendere così “veri” i paesaggi di Marcon, direi quasi più veri della realtà. Il tutto è regolato dalla sapiente composizione che sa sfruttare i giochi dei contrasti luminosi e gli equilibri e i rimandi tra zone chiare e  scure.

La poesia scaturisce quando l’intento descrittivo si ferma e lascia spazio all’immaginazione: tecnicamente ciò si traduce in un segno che suggerisce, piuttosto che disegnare minuziosamente tutti i contorni e le forme, per cui il tronco dell’albero sale e la chioma si intuisce, nel prato si alzano masse di varia densità, cespugli quasi astratti, la casa ha porte e finestre, ma di quest’ultime si vede solo una macchia bianca contro un muro nero, spiraglio di luce e di aria; aria che muove le composizioni, che sfiora  e attraversa tutto, alleggerendo anche le forme solide, e che con le sue atmosfere  ci riporta in una tradizione tonale tipicamente veneta.

“…Nel suo camminare Marcon si fa assorbire dal paesaggio. Contemplazione e partecipazione fanno sì che immagine naturale e mentale coincidano, che le forme della natura vivano e si trasfigurino insieme. E’ un attimo irripetibile che  l’artista sa fermare, catturandolo con uno sguardo pensoso e proiettandolo in un tempo sospeso: alberi solitari, scorci di case isolate, corsi d’acqua, castelli, abbazie, immersi in una luce a volte intensa, estiva a volte velati dalle brume autunnali…Da qui scaturisce la sua poesia.”

Tiziana Pauletto

Note biografiche:

Lalbero ED04, 397x296 mm
L’albero ED04, 397×296 mm

Luigi Marcon, nato a Tarzo nel 1938, opera ed espone in permanenza a Vittorio Veneto, Saletta della Grafica e laboratorio di incisione in via Manin, 39. Dal 1960 partecipa a molte rassegne di grafica nazionali ed internazionali conseguendo importanti riconoscimenti;   allestisce numerose personali in Italia e all’estero. Si è dedicato inoltre a lungo all’insegnamento di tecniche calcografiche. Nella sua principale attività, oltre che pittore, ha realizzato oltre 4000 matrici. Ne esegue personalmente la stampa con torchio a stella, normalmente in venti esemplari e ne biffa la matrice a tiratura ultimata.